# 3

Mare, ci torno spesso. Amo le cose che si estendono per finire altrove, là dove il campo visivo non può spingersi. L’illusione dell’infinito a portata di occhi.
Di mattina presto non c’è quasi mai nessuno, niente ombrelloni, creme e rastrelli. Le onde come metronomi inceppati scandiscono il ritmo di una grande armonia, l’acqua dialoga con la terra in un umido abbraccio: mi sembra di aver di fronte due anziani che si conoscono da sempre.
Mi piace nuotare fin dove posso, fermarmi nell’esatto punto in cui si spezza il fiato, adagiarmi e attendere che tornino le forze. C’è chi sceglie di non tornare, sprofondare nell’abisso. Come quell’uomo che da bambino vidi gettarsi giù da un ponte. Le mani di mia madre si pararono davanti ai miei occhi con ritardo, così quelle immagini marchiarono la mia memoria. La prima cosa che chiesi a mia madre fu: «perché non è caduto per sempre?». Chiaramente da bambino non capivo perché un uomo potesse giungere ad un punto tale da rinunciare alla vita, a dire il vero probabilmente non lo comprendo tutt’ora. Quello che contava per me, preso atto di quella rinuncia, era capire cosa quell’uomo avesse scelto al posto della vita. Aveva deciso di abissarsi nella torbidezza del fiume oppure sperava semplicemente di rendere la sua caduta una condizione perenne, incancellabile? Mi sembrò che la gravità avesse deciso per lui, che in fondo quell’uomo avesse delegato questa scelta ad una forza nell’incapacità di scegliere cosa fosse meglio per se stesso.
Le foglie staccandosi dai rami si sentono leggere, il vento diventa il loro unico vincolo. La sensazione si esaurisce in pochi attimi, il tempo di toccare terra, inzupparsi di fango ed essere calpestate da stivali pesanti. I corpi pesano troppo, la loro caduta è immediata e il vento non le resiste, la vita si dissolve in un tonfo rauco. Niente leggerezza, solo fango, stivali. Non c’è ralenti che tenga.
Ogni volta che mi allontano dalla spiaggia mi fermo a pensare, raggiunta la consapevolezza di non poter nuotare per sempre torno indietro, sulla terraferma a consolare le foglie.

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Un pensiero su “# 3

  1. Nell’azzurro del mare, nella sua distesa infinita verso l’orizzonte dello sguardo, nell’abbraccio tra terra e acqua, ritmicamente regolato dalla luna, forse davvero c’è la più importante delle lezioni.

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