una statuetta

A quel punto le mie parole divennero palazzi gonfi di dinamite. Il crollo, il silenzio. Come quando un evento ti ammutolisce per un po’, il tempo di tornare di nuovo fra i vivi. Nel frattempo, camminai come una mummia sbendata. Alcune parole, quelle appese al vento, percorrono brevi distanze, incontrano una persona e lì si fermano come piccole emorragie. Le parole, quel giorno, sanguinarono senza incontrare argini.
Provai a convincerti, ma un sentimento troppo forte agitava le tue braccia: non riuscivo a smuovere la tua fermezza. Avevi una statuetta in mano, mi dicesti di volerla usare per colpire una persona che odiavi, che odiavamo. «Continuerai ad amarmi?». Avrei voluto saperlo anch’io.
Ero ombra mentre ti facevi largo fra la folla. Osservavo un avvenimento che non potevo controllare, che non riuscivo nemmeno a toccare. Stava accadendo ma fu come se fosse già inevitabilmente accaduto, come quando ti rassegni a guardare la vita scorrere senza avere la forza di agire, di diventare protagonista. Comparsa fra le comparse ti guardavo, i tuoi dolci lineamenti macchiati dall’odio, dalla violenza che fulmina per qualche istante la ragione. Poi il colpo, irruento e impreciso, scagliato da mani tremanti. Le urla, l’orrore.
Ebbi paura di quella maschera di sangue, della sorprendente pietà che mi suscitò appena dopo un fugace attimo di esaltazione. La maschera di sangue si preparò agli scatti ripetuti e incessanti delle macchine fotografiche, si fece posa. Un tempo la sofferenza veniva nascosta, le ferite tamponate con brandelli di camicia. Quel giorno divenne invece esposizione. L’eroismo si costruiva con le immagini nella società delle immagini: un dolore da prima pagina lentamente avrebbe plasmato un martirio di plastica. Il sangue imbrattò l’obiettivo: si sarebbe fatto strada nelle case.
Quella statua ti sarebbe tornata indietro, più grossa. Saresti stata l’eroina di pochi, in molti avrebbero dimenticato il tuo nome dopo che le sbarre fossero calate. La paura si fece largo, mentre ti trascinavano via. La paura di restare sola, la paura di aver fatto ridere chi invece volevi in lacrime, la paura di non poter far nulla per cambiare le cose. Uno squalo non si abbatte a suon di morsi.
Per mesi avresti pianto, le mie mani protese fra le sbarre come unico conforto. Avresti capito, con il tempo, che quel giorno fosti una comparsa quanto me.

Annunci

6 pensieri su “una statuetta

  1. Ciò che hai scritto è molto bello, molto triste il nostro paese, molto basso il livello della nostra società. Grazie.

  2. Questo post merita di essere incorniciato e anche di essere letto ovunque in quelle trasmissioni da quattro soldi in cui non si fa altro che dire puttanate.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...