la bambina aspirapolvere

Venticinquesimo piano di un palazzo lucidato; un ufficio, otto piante appena profumate. Non guardi mai fuori; le vertigini, la strada, le gru semisospese. Ti piacerebbe mangiare un croissant tiepido, croccante ma non troppo; a dire il vero ti faresti bastare anche quell’odore dolce che non riesci a descrivere mai come vorresti. Il lavoro ti è vicino, basterebbe allungare una mano. Appoggi lo sguardo altrove: c’è una zona d’ombra nell’ufficio, un angolo in cui ammucchi le parole pensate, sperate. La luce all’angolo non giunge mai, nemmeno i tuoi passi, sempre frenati, come se dovessero preservare un segreto.

Sei in macchina, la strada verso casa è più corta del tempo che ci vuole a percorrerla. Il clangore dei clacson ti stordisce; tu non partecipi, non ti interessa rincasare prima degli altri, non c’è nessuno ad aspettarti.

Sfili le scarpe, infili un petto di pollo nel microonde, inserisci il pilota automatico, premi il telecomando; in televisione non c’è nulla che ti somigli, stasera. Ti fai poche domande, quelle funzionano bene solo poco prima di addormentarsi. I costi di produzione del pensiero sono alti, bisogna risparmiare: c’è crisi.
L’equilibrio salta al tuonare di un campanello, non ti aspettavi suonasse, non lo aspetti mai, conosci appena il suo suono. Corri ad aprire e non vedi nessuno, poi inclini un po’ la testa verso il basso, quel tanto che basta  per vedere una bizzarra creaturina abbandonata in un grande cestino di vimini. Sappiate amarla,  è scritto su un pezzetto di carta. La porti in casa e la appoggi piano piano sul divano, ti sorride. Le accarezzi la testa, ma la tua mano subito fugge per scampare all’aspirazione. Imparerà a controllarsi, speri. Poi la vedi piangere, pensi che abbia fame, la porti in giro per la casa; è da un po’ che non lavi il pavimento, sei pigro, così lei trova molta polvere. Prima o poi mi toccherà cambiarle il sacchetto, pensi.

Lei si è addormentata; ti chiedi se puoi tenerla, come quando un bambino chiede a un genitore se può tenere un qualche animaletto trovato per strada, te ne accorgi in tempo per provare disprezzo per te stesso.

Quando si sveglia il sole è ancora timido, resta sul letto per molto tempo, buona buona, tanto che sarebbe difficile accorgersi della sua presenza, non fosse per il corpicino. Aspetta il tuo risveglio, che infine arriva. Devi raggiungere l’ufficio e non sai bene cosa fare, con lei, forse dovresti lasciarla a qualcuno, fin quando non torni, ma poi decidi di portarla con te: fastidio non può darne a nessuno.

Superi una buona dozzina di occhi curiosi prima di entrare, con lei in braccio, nell’ufficio. La appoggi a terra, non le piace molto stare sospesa. Strisciando adagio percorre tutto il perimetro della stanza, poi arriva al tuo deposito, aspira, si volta verso di te, il suo sguardo è un abbozzo di compassione.

Siete di nuovo a casa, infine, e tu la tieni in braccio e la culli, le racconti delle cose, le cose che hai sempre sognato di fare, quelle che hai fatto non ti sembrano degne di essere raccontate. Le parli di tutti i croissant che non hai mangiato. Da domani proverò a mangiarne qualcuno in più, le prometti con un sussurro.

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