la ragazza assente

A volte ti capitava di abbandonarci, andare altrove. Il tuo sguardo si bloccava e ti irrigidivi, diventavi un mobile, sbarravi le ante. Rimanevi così per cinque, dieci o cento minuti, una statua, ogni volta aspettavamo che tornassi, custodivamo il tuo corpo. Ti dicevano continuamente: sei malata, devi curarti; ma ti sentivi bene, anche se qualche volta per farli contenti prendesti le medicine. Non guarivi ai loro occhi, che ti volevano sempre presente, sempre tra loro, incapaci di accettare quei momenti di vuoto, pagine bianche infilate casualmente dentro a un libro. Mi dicesti, una volta, di non sapere cosa ti accadesse quando te ne andavi, che non te ne rendevi nemmeno conto, di andartene. Ti assentavi anche dal tempo.

Quella notte d’estate la ricordo bene; si partì per il mare, io guidai e tu mi aiutasti a non addormentarmi. Cantammo canzoni che ricordano più o meno tutti, poi cantai da solo quando i tuoi occhi si fermarono per un po’. Eri un blocco di ghiaccio sulla mia carezza e io fermai la macchina, per aspettare. Poi tornasti e, vedendo la macchina ferma, mi chiedesti: è successo? Si, era successo, succedeva, ti dissi di non preoccuparti, che l’importante è tornare; fu tanto banale da parte mia, ma tu non mi rimproveravi mai in quelle occasioni in cui diventavo banale e superfluo perché non avevo idea di cosa dirti, davanti a certe situazioni, così dovevo farlo io stesso, con uno sguardo di autoammonimento. Come se avessimo appena smesso di cantare mi dicesti che ti sarebbe piaciuto molto, andare a vivere sotto le onde, in un sottomarino giallo, lì non avresti avuto più bisogno di nulla, nemmeno di assentarti. Io anuii debolmente: un sì minore.

Mi dicevi: con te non ho bisogno di spiegarmi. Non era stato per nulla facile spiegarsi, con i professori che pensavano ti distraessi dalla lezione, con i ragazzi che credevano che non li desiderassi perché ti assentavi sul più bello e con le migliori amiche che ti vedevano spenta quando stavano per confidarti un segreto. Nemmeno più tardi, con i datori di lavoro che ti licenziavano e con tutti gli ospiti che in casa provavano a coinvolgerti in una discussione ma tu non c’eri non eri lì e allora si facevano sempre una cattiva opinione di te quando invece tutte le persone di questo mondo dovrebbero sapere che un corpo non può rispondere (se non c’è qualcuno al suo interno).

Ricordo che piangevi di rado, ogni volta che accadeva però facevi uscire tutto, fino a prosciugarti, come se avessi inghiottito un omino-pugile: dolore fino allo sfinimento. Una mattina appoggiasti la testa sul mio petto, per svuotarti. La luce un po’ clinica del neon raggelava l’atmosfera. Il tuo viso umido sormontato da capelli color paglia, premeva; calore, quasi vapore; non sapevo mai come comportarmi in quei momenti, quanto arrabbiarmi con quel mondo che là fuori continuava a massacrarti di pugni nello stomaco. Non sei come credono, ti dicevo quando eri triste, non ti conoscono, ma non si poteva fare nulla per fermarti, una volta che iniziavi a piangere dovevi anche finire, non toccava a me decidere quando. Quella mattina finisti al tappeto; ti portai una coperta.

Piano piano ti assentavi sempre più frequentemente e a lungo, fino a quando il tempo a disposizione per noi divenne piccolo piccolo, ma era anche molto intenso, sempre più impulsivo. Dovevamo comprimere le cose da dire, i gesti da fare; le cose che insegnano a costruire con pazienza noi le mettevamo in piedi in pochi secondi sperando che non crollassero.

E ora sei qui, inchiodata su un letto, gli occhi al soffito, sono passati sette anni dall’ultima volta che li hai puntati su di me. Vengo a trovarti ogni giorno e ogni notte la passo a dormire accanto al tuo letto. Ti attendo.

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2 pensieri su “la ragazza assente

  1. Ma ci commuovi di prima mattina? Ti pare giusto?
    Il sì minore mi ha aperto un sorriso spontaneo in questo mare di incomprensione e sofferenza.
    Ciao

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