l’uomo pesante

L’uomo pesante si nutriva poco, di cibo, e quel poco solo perché era tanto importante per le persone che amava, sedersi ad un tavolo, condividere quei pochi minuti condivisibili di una giornata. Di cibo l’uomo pesante non aveva bisogno: si alimentava di pensieri; più si interrogava su chi fosse, su ciò che lo circondava, su chi fosse per ciò che lo circondava, più il suo corpo si espandeva; perché tratteneva i pensieri per paura che nella loro condivisione risultasse patetico/noioso/banale. In alcuni giorni si distraeva -con gli amici, al computer, guardando una commedia- e faceva dieta, ma più numerosi erano i giorni in cui ingrandiva a vista d’occhio. Quando era sovrappensiero, poi, rischiava la detonazione.

Non tutti i pensieri avevano lo stesso peso: le opinioni sincere negate davanti a chi proprio quella sincerità pregava pesavano un paio di chiletti l’una, ma lui voleva solo dire le cose che pensava le altre persone volessero sentirsi dire, per paura di ferirle (anche se queste non lo avrebbero mai ammesso, in tal caso, almeno a suo avviso), perciò seguitava a ingrandirsi. A ingrandirsi come quella volta che in un centro commerciale si interrogò sulle possibili vite di centinaia di persone -perché lei sorride? perché lui è alto? perché il bambino piange?- e fece poi fatica a uscire dalla porta scorrevole; come quella volta che il suo fuoristrada divenne una scatola stritolante perché in mezzo al traffico insistette nel chiedersi il motivo di tanta impazienza, pensò che qualcuno stesse andando all’ospedale a trovare una persona cara che non se la stava passando bene, o ad abbracciare i figli dopo una settimana passata fuori città per lavoro, o a dare una mano ad un amico che ne aveva bisogno, o a vedere il film che davano in tv e che stava per iniziare; la lista si ingrandiva a dismisura, e lui insieme. A furia di pensare divenne presto un gigante, più Gargantua che non Pantagruel.

Il giorno in cui pensò a come essere finalmente autentico, a come riuscire ad esprimere quello che aveva dentro e che stava via via accumulando, divenne più grosso di un grosso dirigibile, e nei centri commerciali non potè più entrare. Seminò il panico per le strade, le persone si sparpagliarono qui e là furiosamente per evitare di essere calpestate, ma lui non voleva fare male a nessuno, solo cercare qualcuno con cui parlare.
Poi arrivò davanti ad un grattacielo e lì rimase per parecchio tempo. Chissà quanti pensieri contiene, si chiese. E una donna premurosa aprì la finestra di un piano in alto e domandò all’uomo pesante se qualcosa non andasse, così l’uomo pesante raccontò tutto, sussurrò i suoi pensieri ed urlò le sue paure, e intanto rimpiccioliva, si allontanava la sua voce e la donna nemmeno riuscì più a sentirla, ad un certo punto, ma rimase lì a tendere un orecchio alle microscopiche vibrazioni dell’aria che ancora arrivavano. Quando tornò alla grandezza che si dice naturale non aveva più voce; la ritrovò poi, una voce che fosse sua: finalmente usciva da dentro. Andò da un bambino  piangente e chiese: perché piangi?, e capì di non aver più bisogno di diete.

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2 pensieri su “l’uomo pesante

  1. Grande. Molto molto apprezzato. : )

    E tra tutti i personaggi dei tuoi racconti l’Uomo Pesante è quello a cui mi sento più vicino affettivamente, gli voglio già un gran bene. A lui e all’Uomo Metallico, che non dimentico certo. : )

  2. ” ma lui voleva solo dire le cose che pensava le altre persone volessero sentirsi dire, per paura di ferirle”: ci trovo qualcosa che mi somiglia parecchio, e sto cercando di liberarmene, da tempo, con scarsi risultati.
    Bella e dolce la storia, grazie e ciao

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