Del Piero non sbaglia il rigore

Ho problemi di autostima, me lo dice una dottoressa lampeggiante sui cristalli liquidi. AMATI! Urla, si contorce, punta l’indice ma l’indice inesorabilmente crolla. La osservo imbarazzato mentre sgranocchio i Pan di Stelle ®; poi annerisco i cristalli. Sono in una forma fisica notevole, non pago le tasse, sono oggettivamente bellissimo; no, non scopo mai, ma sono timido, sapete, non so come si rompa il ghiaccio e resto al gelo, immobile. La tazza di latte presenta un residuo colloso sul fondo, il Mibtel è in lieve flessione, mi sento solo -> poco amato -> statua di marmo; i moti sono sempre quelli, elastici o rigidi, comunque ai margini così da non sconvolgere il panorama, la scenografia muta che il tempo erode adagio. Sento passi là fuori, impulsi e risvegli, corse scoordinate, scarpe allacciate, spazzolini tremolanti, biscotti spezzati, vesciche svuotate. L’armonia scivola nel vuoto, poi il clangore riposa, inizia la giornata, la luce va a segno fra le finestre e le vie, parte un coro di sbadigli.
Del Piero non sbaglia i rigori, di questo sono sicuro e lo ero anche ieri davanti alla tv, prima che lo battesse e anche dopo; il portiere spiazzato deluso ha raccolto il pallone in fondo alla rete; forse Rampulla lo avrebbe parato, ha detto un mio amico, e io ho concordato. Di solito esulto quando segna la Juventus, una piccola intensa gioia che odora di sperma, ma non è sperma, ci sono masturbazioni e masturbazioni. Cos’è che mi rende felice? Sono gli eroi, mi commuovono Achille e Alex Del Piero, mi fanno sentire tanto piccolo, nei gesti soprattutto, io tiro calci a tante cose ma nessuno mi inquadra per questo. Ho incontrato Rampulla per strada, l’altro giorno. E poi la sensazione di infinito, le immagini e i sogni di immortalità che si portano dietro.
Col cartone del latte ho avuto un colloquio poco fa, mi ha detto di sentirsi consumato, di non voler far entrare il suo contenuto dentro di me, essere me, di amare la sua identità e che l’identità e ciò che c’è dentro, un fluido parzialmente scremato nel suo caso; non potendo scendere a compromessi (il latte mi piace molto) ho provato ad illustrare le mie ragioni al cartone: non si tratta di consumo ma di crescita, ho detto, non quel tipo di crescita, ormai son cresciuto di quel che dovevo crescere, intendo la ricchezza, ma non quel tipo di ricchezza, e poi si tratta di condivisione, io non ti rubo niente, cartone, e questo non perché ho pagato per bere il latte e sento di avere tutto il diritto di bere, non vorrei metterla su quel piano, ho insistito, ma perché io e il latte siamo una cosa sola, come la terra, l’albero e lo stronzo canino non raccolto dal padrone, a lato.
Torino è un intestino regolare che digerisce e decompone, sguardi che fuggono sui tram, sogni smistati lungo la metropolitana leggera automatica, dispersione e ansia nella stazione Porta Nuova, piante di piedi irritate in cerca di sollievo, dirette alle panchine di piazza Castello, quelle appena fuori Palazzo Reale. A tarda sera, quando tutto o quasi si spegne, resta solo l’eco della peristalsi.
La noia è il ticchettio delle gocce che precipitano dal rubinetto semiaperto, il peso della pace, dell’essere soli in mezzo agli altri, circondati da oggetti che spesso significano poco se non denaro per chi li ha concepiti, le proporzioni eroiche dei monumenti e l’ombra che gettano sui nostri corpi affannati, ansiosi, difficili da coordinare. A questo ci ho pensato durante un picnic solitario al parco (tre tramezzini appena passabili e una lattina di Sprite ®) vicino la centrale nucleare; verso sera la centrale nucleare si illumina ed è di una bellezza abbagliante: i colori si gonfiano in un lampo di pirotecnia ad inumidire gli occhi, i bagliori incedono istancabili, viaggiano, proiettano. Gli inceneritori e le centrali nucleari sono i nuovi monumenti della nostra era, sempre più sgargianti e belli da vedere, e siamo tutti presi da ciò che avviene fuori, dalle luci alle possibili fotografie, per appagare il nostro senso estetico, dimenticando cosa avviene al loro interno.
Adagiato sul bordo di piazza San Carlo un suonatore di violino è una posa, il cappello disteso reclama un lancio di monete, sotto il portico una coppia ne saluta un’altra; le vetrine appannate dai sospiri e dietro i fantasmi, davanti chi si è posto un traguardo, ho paura di affogare dentro un caffè; Emanuele Filiberto cavalca, è fermo, lì in mezzo, da chissà quanti anni, mi osserva, mi aggiunge al suo archivio; fuggo.
Non dovrei avere così paura di sbagliare i rigori, ma i portieri sembrano sempre troppo forti, la porta troppo piccola, la mira insufficiente, così mi dileguo e abbandono la palla sul dischetto, poi ci penso, di aver avuto una buona occasione e di averla sprecata, che poi è molto peggio di un eventuale errore, non è nemmeno detto che qualcuno non venga a darti una pacca sulla spalla per dirti che non importa, magari proprio il capitano, sì, il capitano.

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5 pensieri su “Del Piero non sbaglia il rigore

  1. Probabilmente il tuo scritto più maturo e consapevole. E come sempre ricco, sincero, generoso, scritto con cuore e testa. Bellissimo, complimenti davvero. : )

    “Nino, non aver paura di sbagliare un calcio di rigore. Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia.”

    : ))

  2. non c’entra nulla col post, ma l’indirizzo mail qui a lato è giusto? t’ho scritto qualche giorno fa…

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