Tornanti

Eccoti. Sono un fallimento, pensi, mentre trascini due ruote sul manto stradale a colpi di pedale. La visiera ti oscura una buona porzione di cielo, declina la tua visione verso il basso, dentro il campo delle cose feree. Non merito nulla, insiste il tuo pensiero, figuriamoci l’amore, figuriamoci l’amore. Scandisci pedalate senza seguire un ritmo o un progetto, le tue gambe ruotano secondo andature umorali: sono le parole che scorrono dentro di te la forza trainante. Attraversi la vegetazione, fitta, sempre più fitta, disordinata, ad un certo punto persino fuoriosa, spezzata infine da un fiume che scivola pacato, troppo perché la corrente possa portarsi via le macerie delle speranze sopra la tua testa. Il tuo sguardo galleggia per qualche istante, poi si getta sulla striscia bianca leggermente alla tua destra, ormai solo accennata per mancanza di riverniciatura, infine si sbriciola contro tonnellate di alberi di cui non sai il nome. Credi sia un bene che quella striscia bianca non venga riverniciata da chissà quanti anni: con tutti quei frammenti di storie, traiettorie e situazioni che hanno contribuito all’abrasione è come se avesse una vita propria, come se avesse fatto coagulare dentro di sé una serie di esistenze per crearne una propria, precaria, sempre pronta ad essere disfatta e ricostruita da un nuovo contribuente. Vorresti che qualcuno ti avesse insegnato i nomi degli alberi, vorresti distinguere le immagini guidato da una voce carica d’affetto; questo è un platano, ti direbbe dolcemente ora. E alla tua sinistra c’è un albero piombato giù; immagini di sentire il tonfo. C’è un sistema di creature in continuo movimento intorno a te, lo puoi intuire dal ronzio, un suono dal quale non riesci ad estrarre altri suoni, individuare i particolari; c’è qualcosa di frustrante in questo.
Sei vecchio, terribilmente vecchio per aver vissuto appena un quarto di secolo, hai gli organi corrugati, stanchi, senza fiato; i tuoi occhi hanno visto abbastanza da poter costruire altre vite, tante quasi quante le foglie su quel rametto che hai appena sfiorato con il braccio.
Ci avevi sperato, non sai negarlo, che tra il palpitare delle ansie potessi aver trovato la tua culla, ti ci sei adagiato troppo presto e sei caduto, ma la tempesta non cessa di ferirti, così come invece è capitato a quel tronco disteso sull’erba.
C’è la salita, ti ci impegni a fondo, unduetrequattro, i pensieri per qualche istante ti abbandonano, poi ti ritrovano, tali e quali a prima. Cos’è la felicità? Un archivio compatto di sensazioni fulminanti, sorprendenti; ora le conosci ma ti sembrano già antiche, appartenti ad un’altra era probabilmente irripetibile o forse no, forse no ma questo non sarai tu a deciderlo. Hai deciso di zigzagare fra le illusioni per approdare ad un punto, e nel posto in cui avrebbe dovuto esserci il punto non hai trovato alcun punto e nemmeno le indicazioni per poter tornare indietro. La salita è interminabile. Un ragazzo più energico ti supera, lo saluti.
Infine giungi alla cima, e potresti guardare intorno le cose che si sono fatte piccole, molto più piccole di quando eri con loro, ma stai fermo a fissare il tornante, laggiù, dopo poche centinaia di metri di discesa. L’ultima volta che hai provato a farlo sei volato a terra e sai che accadrebbe nuovamente, se ci riprovassi, e questa volta potrebbe non andarti bene. Hai toccato il limite di te stesso e qui ti fermi, ma vuoi far proseguire la ruota anteriore al posto tuo; così la disarcioni e la riempi con quelle macerie sopra la tua testa e la lanci giù, e mentre rotola speri che una persona, quella Persona, sappia fermarla prima che finisca fuori strada.

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Un pensiero su “Tornanti

  1. “Vorresti che qualcuno ti avesse insegnato i nomi degli alberi […] E alla tua sinistra c’è un albero piombato giù”.

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