Pozzanghere

Non una pozzanghera rincuora il marciapiede arido che vibra di una qualche piccola porzione sotto le mie scarpe. Sono secche, le cose qui intorno, in qualsiasi senso lo si voglia intendere. Nella tasca destra ho: una banconota – accartocciata – da cinque euro, un biglietto della metropolitana automatica leggera non convalidato, le chiavi di casa (annidate in un mazzo abbastanza corposo); la tasca sinistra è irrilevante. I volti contro i quali mi scontro ogni due passi e mezzo – una dozzina circa alla volta – finiscono in archivio, anche quelli mi paiono irrilevanti, forse non lo sono, non ho metri per poterlo stabilire, non nella tasca destra almeno. Sento un vuoto, una mancanza che preme sulla mia carne come fossi ingabbiato in un torchio per vino; il tempo non logora, non allenta la presa. Chissà, chissà quante percentuali di me ho abbandonato per strada, depositandole su questi marciapiedi aridi che pregano pioggia.

Una barchetta di carta scivola piano sulla superficie di un torrente, precaria, quasi fosse un funambolo su una corda d’acqua; qualcuno deve averla adagiata con cura sperando che possa approdare ad un là, un là più grande, maggiore.

Se tutto avesse una fine dovrebbe averla anche questo stesso concetto, prima o poi; neppure la morte è definitivamente humus. Appendiamo cose ai fili sperando che questi siano abbastanza robusti, se un filo si spezza si prova a sostituirlo con un filo più spesso, poi con una corda, anche se la cosa che ci stai appendendo nel frattempo è scivolata un po’ più in basso, e così via fin quando non si hanno più le funi adatte al dislivello e si vede la cosa in questione precipitare, per qualche istante, poi scomparire. L’operazione di ripescaggio non è così scontata: si tratta di avere una certa dimestichezza con i nodi, credo.

Il fragore del traffico mi percuote spingendomi nuovamente nella realtà prima abbandonata; c’è un esercito di automobili pronte a stritolarmi: se solo mi sporgessi di un passo, lo farebbero. Poi l’omino verde scattante si illumina fra un tripudio di clangori; attraverso la strada. Una donna anziana mi rimprovera con lo sguardo, non so bene perché; di cose da rimproverarmi ce ne sono sicuramente autoarticolati belli gonfi, non è difficile pescarne almeno una.

Persone, fiumane di persone, gesti fluidi per quanto arrugginiti dalla meccanica dell’abuso, sguardi che sparano a salve, strette di mano di media intensità, elmi scudi battericidi e scarpe antinfortunistiche per proteggersi dai contatti, dalle parole, dal contatto con la parola, paure seminate e sparpagliate in ognuno di loro, di noi, traguardi sempre bene in vista, direzioni, concezioni, costruzioni lineari, solide e funzionali, colate di crema antirughe per chi non accetta lo scorrere del tempo, le immagini e i ricordi di quello che siamo stati e non saremo mai più, i presagi, i tristi presagi, le previsioni del tempo fallaci, la pioggia, la pioggia che non vuole scendere e riportare le strade, queste strade, al grado zero della propria esistenza, seppur per un fragile millisecondo, le nascite e le morti di qualcosa ovunque ci sia qualcosa che possa nascere o morire, resurrezioni di cose abbandonate dopo giorni mesi anni, crisi di identità o meglio difficoltà di recitazione, fitte allo stomaco, sprazzi di lucidità, squarci di bellezza, discorsi e dichiarazioni di scarsa importanza, vicoli stretti, locali semideserti, vuoti da riempire – a stento – di stenti, distanze che non possono colmarsi, declamazioni pubblicatarie, rapine fallimentari, colpi andati a segno, bersagli colmi di illusioni, illusioni che trascinano speranze per le orecchie fino all’esasperazione, sogni, evanescenze, esondazioni, e poi un fiore, sì, un fiore, che non sai mai che cazzo ci faccia in mezzo a tutto questo, ma c’è.

Mentre un pensiero si fa vecchio rivivo un ricordo: altalene che cigolano distanti, tentativi – andati a male – di raccontare emozioni, emozioni sfumate in vapore, ettolitri di vapore.

E poi c’è quella sensazione di spaesamento che mi colpisce anche se so dove sono, perché non c’è più quella voce che me lo ricorda, allora resto fermo a leggere i nomi delle vie sui cartelli e anche se so che sono sulla strada giusta non riesco a muovermi verso la meta prefissata, ho bisogno che qualcuno mi ci accompagni, pazientemente. E poi c’è quella canzone che parla di limoni, come una poesia di Montale che amo molto, che rimbomba al mio interno nemmeno fossi una cassa di risonanza.

E infine, fugace, l’orizzonte: lì dove ho infilato le cose che penso di non poter raggiungere mai, se esiste davvero un mai.

Annunci

3 pensieri su “Pozzanghere

  1. Muoviti verso la meta prefissata. E lei, quella Lei, aspetta te se vuoi raggiungerla, pazientemente.

    Tu puoi ancora farlo. Io no.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...