Io ce la metto tutta

Lasciate che vi dica una cosa: le stelle esistono anche di giorno, esistono anche quando il cielo è nuvoloso. Le stelle non sono fatte per scintillare sopra i vostri occhi luccicanti e appagare il vostro senso estetico, no; non sono fatte per essere guardate, oltretutto in differita, per dire ohmachebello mentre ve ne state romanticamente sdraiati su un ruvido prato. Le stelle esistono e persistono indipendentemente dalla nostra capacità di vederle, di masturbarci visivamente guardandole. Provate ad amarle qualche volta, ma sinceramente, non vi innamorate della sensazione che queste suscitano in voi, non masturbatevi. Solo i bambini sono capaci di amare, le stelle e tutto il resto, persone comprese, ed è anche per questo che ho paura di diventare adulto, un giorno, di colpo, come una scossa che arriva inattesa e ti stravolge in un lampo irreversibile. Ho paura del cinismo perché so che a volte diventa necessario. Ho paura di chi in televisione cerca di inculcarmi i valori della famiglia e poi va a puttane dietro le quinte. Ho paura dei muri sui quali ho sbattuto con irruenza il cranio lungo il mio cammino e ho paura di doverne innalzare uno a mia volta, e che qualcuno si faccia male sbattendovi contro. Ho paura dei violenti attacchi d’ansia che hanno dilaniato il mio sonno e la mia serenità, spero non debbano tornare mai più. Ho paura di chi mi ha insegnato che non bisogna divorziare e si è separato in altri modi: isole, sguardi vicini che si incrociano senza guardarsi, voci che si parlano senza ascoltarsi. Ho paura di chi mi ha insegnato a non chinare il capo mai e poi mai e lo ha poi chinato davanti a Marchionne: “è necessario salvare il culo”. A differenza di Allen Ginsberg le menti migliori della mia generazione non le ho viste, ma ho visto e sentito le peggiori, guarnite di vestiti eleganti, idee sfavillanti sull’esposizione da mensola e la mercificazione, vetrine vetrine ancora vetrine e scontrini di parole sgargianti da srotolare in occasioni importanti. Ho paura di chi dice che il cinema italiano non è più lo stesso, che la musica italiana non è più la stessa, che la letteratura italiana non è più la stessa, come se non fosse ovvio che le cose cambino. Ho paura di chi ha dato la colpa a me per tutto questo. Ho paura di chi disprezza gli omosessuali e poi cita Pasolini; “Pasolini però era una grande”. Ho tremendamente paura di quel “però”. Ho paura di chi odia le fiabe e di chi non sa viverle. Io almeno ci ho provato e continuerò a provarci nonostante tutto: non fosse per questo sarei morto di vecchiaia a otto anni. Ho paura di chi ha [a sua volta] paura delle persone che non gli somigliano, di chi vorrebbe specchiarsi in tutte le cose per non vedere altro che sé. Ho paura di vedermi circoncidere il prepuzio delle speranze. Ho paura di chi guarda a destra e vota a sinistra, di chi più guarda a destra più si spinge a sinistra per espiare il proprio senso di colpa. Ho continuamente paura di essere nel fottuto posto sbagliato e ho paura del peso delle logiche schiaccianti. Ho paura di chi non sa perdonarmi ciò che gli/le perdonerei. Perché errare è necessario al nostro processo di crescita, anche se spesso si cresce a caro prezzo e una buona parte di quel conto devono saldarlo gli altri, che a loro volta cresceranno per questo; sono complesse e ramificate concatenazioni di circoli virtuosi. Ho paura di chi vuole spiegare l’inspiegabile, io credo che esistano cose fini a loro stesse, non credo ci sia bisogno di una interpretazione per tutto e ho paura di chi ne elebora di comode per rasserenarsi davanti a certe situazioni (e quindi ho spesso avuto paura di me stesso). Ho paura di quanto possa essere talvolta difficile spiegare che la matematica non è sinonimo di rigidità. Ho paura che due più due risulti quattro troppo spesso. Ho paura dei pronostici e della mia capacità di azzeccarli quasi tutti, di non riuscire più in qualche modo a sfiduciarli in futuro. Ho paura di chi non vede il lato ironico che si nasconde dietro ogni cosa, anche la più drammatica che si possa immaginare. Quante persone abbiamo perso perché avevamo troppa paura di perderle? Questo non è, a pensarci bene, dannatamente spassoso? Ho paura di chi si prende troppo sul serio: nessuno ha motivo di farlo. Ho paura di chi ha paura di difendere il proprio gusto. Ho paura delle maggioranze. Ho paura che la democrazia distrugga tutte le idee minoritarie migliori, giorno dopo giorno. Temo la quantità. Ho paura delle voci altisonanti e della strategia della sovrastazione del dissenso attraverso le urla, ma ho anche paura, all’inverso, dei tarallucci e del vino. Ho paura di quanto sarebbe stato bello invecchiare insieme:[la vita ci spinge verso direzioni diverse]. E ho paura di tante altre cose che potrei spiegarvi solo a gesti, o sbarrando gli occhi, o scuotendo la testa vigorosamente, o tremando in maniera irrefrenabile, o piangendo tutte le lacrime di cui sono capace.

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