L’estate del 93

Ormai scambiamo quasi solo più concetti con altri concetti, con il risultato che tutti i concetti sono praticamente interscambiabili ed è difficile rintracciare ancora un senso, un riferimento tangibile alla realtà. Avevi il tuo concetto di denaro e lo hai scambiato col concetto di prestigio, poi lo hai convertito in successo, poi in abbondanza, dunque in noia, infine in morte. La bellezza ha prevaricato il bello, usiamo una marea di parole disarcionate dai referenti, siamo in balia dell’incertezza più totale, impossibilitati al lungo termine, precari anche sotto il profilo sentimentale, separati da verbi che non riescono a comunicare più nulla, disaffezionati. E l’amore? Le persone stanno finendo sempre più per scegliersi secondo criteri razionali, e quando il razionale fa brutalmente breccia nell’irrazionale si innalzano delle vere e proprie mura, se va bene, o si finisce col costruire la propria isola; non sono situazioni senza rimedio: i muri si possono abbattere e le isole sono pur sempre raggiungibili a nuoto, ma alla lunga tutto questo diventa frustrante e snervante. Insomma, non sapendo neanche più distinguere tra logico e sentimentale (anche se è innegabile che un po’ dell’uno sia nell’altro e viceversa), in questo momento ci stiamo abbracciando ma fra un’ora potremmo non riabbracciarci più, e senza neppure essere in grado di spiegarci il perché (cossicché l’oscenità non permei al di fuori). Forse in un futuro le persone saranno come banche e le relazioni umane saranno ramificazioni di compravendite. Forse no, la mia speranza è in quello che vedo: qualcuno è ancora in grado di donare senza aspettarsi qualcosa in cambio e qualcuno è ancora in grado di ricevere senza sentirsi obbligato a dare; dei veri e propri sabotatori.
Pur con tutto questo io sono certo di essere stato amato almeno (e forse solo) una volta, una volta in cui non ci fu esigenza di dichiarazioni e razionalizzazioni, anche se bisogna tornare indietro fino all’estate del 93. Della bambina che mi amò non ricordo neppure il nome, ma ricordo che aveva gli occhi verdi e che costruivamo castelli di sabbia e che passeggiavamo lungo il punto inesatto in cui la terra e il mare copulano tramite l’andirivieni delle onde (la battigia, se – del tutto comprensibilmente – vi annoiano questi tentativi velleitari di perseguire un fine poetico) tenendoci per mano. Il costruire castelli di sabbia con qualcuno secondo me è un’immagine molto rappresentativa dell’amore, purtroppo quello che vedo troppo spesso sono castelli di sabbia (costruiti da singoli) abbastanza distanti l’uno dall’altro che cercano di essere più grossi e più belli degli altri, e pedate rifilate ai castelli altrui.

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4 pensieri su “L’estate del 93

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