Il bambino dirigibile

Piazza Bodoni a Torino è un buon posto dove setacciare eventi, anche se per trovare qualcosa di significativo bisogna stazionarci un po’ di tempo, non scoraggiarsi ai primi tentativi. Io di solito mi siedo sulle panchine che si affacciano sul Conservatorio (seppur parzialmente oscurato da una eroica statua equestre), alla sinistra del fioraio e alla destra della porta per scendere nel parcheggio sotterraneo, che sembra non chiudersi mai, anche quando viene spinta con un violento strattone a un certo punto decelera, come trattenuta da una qualche insondabile forza in opposizione: se la osservi per tutto il suo percorso sembra quasi che il tempo si dilati. Nell’angolo in alto a sinistra, sempre in riferimento a questa posizione, c’è un bar con i tavoli esterni, che però in questo periodo dell’anno sono vuoti, specialmente oggi che il vento preme su tutto ciò che incontra come lo stantuffo di una siringa su un fluido. Al fondo del vicolo cieco di Via Pomba, sulla destra, c’è il cinema Nazionale, che è a fianco a un Consolato, non so di quale nazione perché non ho mai controllato, anche se mi prometto sempre di farlo. Mentre osservo le composizioni parziali nello spazio di alcune persone sposto dal periferico al centrale una ragazza con una borsetta rossa, che soprassa il fioraio e si dirige nella mia direzione; deve essere una gran fumatrice, perché odora di tabacco a una distanza alla quale non pensavo potesse mai arrivare l’odore di tabacco fino a poco prima, ma c’è da dire che io sono molto sensibile a quell’odore. Si siede sulla mia stessa panchina e subito io metto a terra lo zaino: è una reazione istintiva di chi ha viaggiato molto sui treni, quella di fare posto non appena arriva qualcuno, e non ci faccio nemmeno più caso, anche se è una cosa ridicola dato che la panchina può ospitare comodamente cinque persone e io sono in prossimità del bordo. Due chiusure di porta-del-parcheggio dopo mi chiede – che ci fai qui? – che è una domanda insolita per iniziare una conversazione con uno sconosciuto, tipicamente è una cosa che si dice a un amico quando lo si incrocia impredivibilmente in un certo posto, e allora è la prima cosa che gli e ci si chiede, cosa ci faccia proprio lì; comunque io le rispondo che osservo le persone per chiedermi verso dove proseguano una volta che sono uscite dal mio campo visivo, e probabilmente è il tipo di risposta che le piace, perché inizia a gettarmi parole addosso a una velocità terrificante, volendo riassumere la torrenzialità mi dice che sta aspettando una amica, che il luogo di incontro è nei pressi della statua equestre, ma è arrivata con un’ora di anticipo perché non ricorda mai gli orari degli appuntamenti e chiede che le vengano confermati quando ormai è sul posto – una brutta abitudine – aggiunge. Le sorrido, non vi ho detto che è bella a un livello da commuovermi esteticamente, come fanno certe inquadrature pittoriche dei film di Sokurov, per intenderci. Si è dimenticata di portarsi un libro dietro, come fa di solito, apprendo, e allora le chiedo – vuoi che ti racconti una storia io? – e lei mi chiede se sono uno scrittore, e le rispondo che no, non lo sono, ma mi piace raccontare delle storie, e lei tituba – e non è lo stesso? – e io le dico che sinceramente non lo so, e allora mi incoraggia con un – dai, viene come viene. E inizio a raccontarle la mia storia, che è la storia di un bambino dirigibile, ma lei solleva la sua mano a palmo aperto in segno di alt, cerca una sigaretta nella borsa rossa, la accedende e poi mi dice – ok, vai pure – e io vado pure, parto dalla nascita, dalle difficoltà dei genitori, dalla cordicina lunga attaccata alla culla per evitare che il bambino voli via dalla finestra o sbatta contro il soffitto, una volta imparato come si vola, e poi proseguo con la crescita, lo stare sopra e non in mezzo agli altri, la voglia di viaggiare e il doloroso benestare della famiglia, che comunque lui ogni tanto torna a trovare, la meraviglia negli occhi degli occasionali osservatori e poi la cattura da parte di una agenzia pubblicitaria che lo costringe a volare con loghi di marchi letterarmente tatuati sopra, alcuni osservatori si intristiscono per questo, ma non sono molti, il bambino-ormai-ragazzo prova a fuggire ma c’è sempre un elicottero pronto a inseguirlo e a riportarlo indietro, ma poi un bel giorno vede un tornado, non troppo lontano, e raccoglie tutte le sue forze e ci si scaglia contro prima di essere raggiunto dall’elicottero, e il tornado lo risucchia. Lei piange appena visibilmente – e io sarei portato istintivamente a farle poggiare la testa su di me, che è quello che cerco io mentre sto piangendo, un calorifero in carne-e-ossa sul quale abbandonarmi, solo che c’è quella bolla, quando non conosci una persona, non sai come possa reagire, se anche lei abbia bisogno di quel calore oppure di piangere in solitudine, che è una scelta del tutto rispettabile – poi si asciuga delicatamente le lacrime con un Tempo ®, si volta verso di me – è bellissimo – e a momenti piango pure io, perché si vede, che non me lo sta dicendo per farmi piacere ma che le ho comunicato qualcosa, che è poi è il motivo per cui racconto delle storie, e insomma il sapere di aver raggiunto quel qualcosa mi riempie in un modo che non vi sto nemmeno a descrivere. Le dico che mi deve scusare ma sta per iniziare Una separazione al Nazionale e io sono venuto a Torino proprio per vederlo, e sono una di quelle persone che se il film è iniziato anche solo da due minuti preferisce non vederlo per nulla, e allora lei mi augura buona visione, e starei quasi per chiederle di venire con me, ma subito ricordo che sta aspettando l’amica; ripiego – comunque mi chiamo Domenico – e lei sorride perché a pensarci non ci eravamo ancora scambiati i nomi, che è una cosa buffa in effetti, e poi – Alice! – e io – come Alice di Alice nelle città – e ci stringiamo ironicamente la mano. Mi alzo e mi avvio verso il Nazionale, che è così che faccio, passo attraverso le persone sperando di lasciare un qualche segno, nel passaggio.

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6 pensieri su “Il bambino dirigibile

  1. Mi è piaciuto.
    Ciao, ho visto che hai fatto un passaggio dalle mie parti e ti ringrazio (per la lettura e per il “like”). Sentiti libero anche di commentare.

  2. piazza bodoni è un potente catalizzatore di storie, di incontri, di sguardi, di memorie.
    di viaggi intrapresi da carrozze di treni possibili a qualunque destinazione, le panchine.

    (il consolato credo sia quello di haiti)

    elena

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