Zeta, la ragazza sul filo

Tutto ciò che ci circonda ha un potenziale illimitabile che non necessariamente tradurrà; ogni albero è in contemporanea potenzialmente: {tavolo, sedia, libro…}. Per quanto riguarda Zeta, l’insieme – alla nascita – delle sue potenzialità non comprendeva: {commercialista, ingegnere, avvocato…}.
Zeta portava un caschetto di capelli color eclissi totale e aveva una minuta corporatura fragile, quasi vetrosa, e a chi capitasse di urtarla saliva il terrore di averla frantumata, ma fortunatamente non accadde mai, che si frantumasse. Zeta ti cadeva sulle ginocchia in un movimento tanto rapido quanto inconsistente e appena percepibile, quasi cotone,  e poi ti chiedeva – con la sua voce squillante a debordare entusiasmo – di raccontarle una storia. Di solito era sua zia a raccontarle le storie, dato che i suoi genitori lavoravano tutto il giorno, e quando tornavano a casa, la sera molto tardi, somigliavano a dei fantasmi sgonfi senza espressione. La zia Emme le raccontava le avventure della forchetta che avevano appena usato per mangiare i rigatoni, o l’incredibile solitudine dello spazzolino fra due lavaggi dentali successivi; Zeta amava questo genere di storie.
Emme, che degli uomini non avrebbe mai voluto saperne, e bisogna dire che ne rifiutò parecchi, o forse – ancora meglio – che non ne prese mai davvero in considerazione nemmeno uno, era ormai una donna anziana con parecchi dolori ramificati qua e là, e per quanto le dispiacesse non riusciva a portare Zeta a fare qualche passeggiata fuori casa. Così accadde che all’età di quasi sei anni – in uno dei rari giorni di ferie di sua madre, Acca – Zeta fosse portata per la prima volta in un parco pubblico; si voltò meravigliata a cercare lo sguardo di Acca e disse: «Guarda mamma quanti spinaci!».

All’età di otto anni Zeta assaggiò il suo primo caffè: le piacque. Si innamorò di Pi, il ragazzo grande che abitava nell’appartamento attaccato a quello di Emme, anche se era più un ragazzo esternamente grande, dato che stava cercando di vivere – con ampio ritardo – quell’infanzia che non aveva mai avuto, perché trovatosi troppo presto di fronte a decisioni che di solito si prendono da adulti, e a viverne conseguenze . Zeta bussava alla porta di Pi ma il suono prodotto era così debole che in pratica ogni volta era costretta a suonare il campanello, e poi Pi apriva la porta senza trattenere uno spontaneo, eloquente sorriso. Pi le raccontava tante storie, ma le sue preferite erano quelle sui paradossi di Zenone, che Pi era solito rimodellare mettendo la lumaca al posto della tartaruga piuttosto che Superman al posto di Achille o il proiettile cartaceo di una cerbottana – costruita con una biro avente esaurita la propria funzione scrittoria – al posto della freccia. Non sempre Zeta riusciva ad afferrare certi concetti, ma era bello, pensava, poter correre per sempre senza arrivare mai, in qualsiasi posto si volesse andare. Un giorno, comunque preannunciato, Pi dovette trasferirsi lontano per andare a studiare all’Università; prima di andarsene regalò la sua piccola tartaruga di ceramica a Zeta, che l’avrebbe conservata per sempre, non solo appoggiata su una mensola ma ben conficcata in quel quadrilocale attraversato senza tregua dal sangue.

A dodici anni, Zeta, che era ancora eterea e si nutriva prevalentemente di latte, mele e biscotti, capì di avere uno spiccato senso dell’equilibrio, quasi per caso, quando le capitò di imbattersi in una di quelle travi che ogni tanto vengono disposte nei giardinetti pubblici, dalla quale lei non solo non cadde ma sulla quale si mise a correre, volteggiare, saltare senza la minima incertezza corporea. Iniziò a replicare gli stessi gesti su funi, fili, cavi via via più sottili, sempre con immutabile eleganza.

Zeta, al liceo, percorreva i corrimano tra lo stupore di chi saliva o scendeva le scale, a fianco, anche se presto quella finì col divenire “una cosa come tante” e lo stupore lentamente ma inevitabilmente si placò, drenato dall’abitudine. Cominciò a frequentare qualche ragazzo della sua età; zia Emme non fece nulla per nascondere la portata – uraganica – della propria disapprovazione. Consumava tra i cinque e i sei caffè al giorno, questo nelle giornate che lei stessa definiva “normali”, anche se non si era mai presa la briga di specificare cosa intendesse davvero, forse perché una definizione esplicita avrebbe trasformato tutte le giornate in “normali” con l’acquisizione di certe consapevolezze, e sono consapevolezze il cui peso non tutti sono in grado di reggere.

Quando Emme morì, Zeta, che aveva compiuto da poco diciannove anni, rivolse – d’istinto – lo sguardo al cielo, senza ricevere risposta; si fermò un attimo, i segni della sua tristezza cominciavano a grondare, e poi capì dove cercare: fra le posate, accanto ai lavandini, dentro gli scaffali, sui tavoli; un sorriso monco si fece timidamente strada sul suo viso.

Un giorno d’autunno, Zeta distese obliquamente un filo appena visibile fra due balconi di via Lagrange a Torino. Sistemare qualcosa di obliquo in un qualche punto di Torino è come fare dei ghirigori su un quadro di Mondrian. Poi iniziò a percorrerlo, alla sua maniera, e insistette nelle sue evoluzioni così a fondo che da un certo punto si smise di capire dove finisse lei e dove iniziasse il filo, quasi fosse un suo organo esosomatico; colmò un vuoto nell’aria: cose prima graniticamente distanti parvero toccarsi per qualche istante; dilaniò centinaia di processi induttivi, fece gemere di dolore altrettanti occhi trascinandoli nel sogno per poi sbatterli di nuovo a terra, dov’erano sempre stati, come una caduta di gravi dall’altezza del Prodigio; sembrava volare, una sua giravolta nell’aria fu come lava quando fugge da un cratere.

Poi iniziò a stendere fili da ogni parte, tesseva la sua tela sopra la città, e un giorno passò sopra la mia testa e me ne innamorai, la seguii ovunque pur non potendo che guardarla dal basso: anche solo tendere una mano nella sua direzione mi sarebbe parso meschino, irrispettoso. Dopo qualche giorno scomparve nel nulla e nessuno l’avrebbe mai più rivista, anche se presenzia ancora oggi nei racconti delle persone; si dice che fu una folata improvvisa di vento a portarla via, chissà dove. Chissà dove.

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