J.

C’è un dolore stalagmitico steso su corridoio da attraversare a piedi scalzi. La fiamma della stufa da poco accesa ti percorre come una lama; com’è la tua isola, J.? Un coro di tosaerba fa capolino da una finestra semiaperta. Chilometri di solitudine t’investono. Una mela abbandonata su un piatto pare madida di sudore, l’analizzi rigirandola fra le mani. Piccole sensazioni dentro di te smettono di sommarsi fra loro e si moltiplicano come in una prostaferesi; l’effetto ti stende sul divano. Folle disordinate di pensieri si accumulano senza essere tracciate dalla memoria. Che ti succede J.? Che fine ha fatto tutto quello in cui speravi, dove si è nascosto? Perché le tue mani tremano al pensiero di cercarlo? La nebbia si gonfia a vestire gli alberi nudi come fosse un accappatoio; si gela. L’eco di un’ansia generica rimbomba, si affievolisce, scompare. Da qualche parte mancano dei mattoni, la struttura regge ma alcune cose che vorresti tenere fuori riescono a filtrare e s’infuriano intorno a te. Non c’è una bilancia su cui valutare le assenze – pensi – e questo pensiero incomprensibilmente ti rasserena. Il divano ti schiaccia col suo peso in un’inversione immaginaria di posizioni. Le fotografie sono lì – immobili – a rivestire le pareti, la loro quantità ti ricorda tutte le promesse che non sei riuscito a mantenere. Nessun motore di innovazione pare volerti agitare. La temperatura della casa cresce lentamente, si assesta. Una parentesi di tempo si fa ruga. Dov’è il paracadute, J.? L’esistenza è un girare intorno a un Monopoli che non risarcisce ogni volta che passi dal Via! – rifletti. La bancarotta è dietro l’angolo. Ti alzi dal divano per ambientarti in un mondo-fuori disteso in attesa di un abbraccio, che infine gli offri, e avvii la giornata in un bagno di caffeina.

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6 pensieri su “J.

  1. Mi piace. Ma J è uomo o donna?
    Il finale mi ha lasciata un po’ perplessa, nel senso che il tema del mondo pronto ad accogliere es essere “abbracciato” è per me molto importante. Dal finale del racconto non sono riuscita a capire se il personaggio si rassegna alla nuova giornata o l’affronta con n nuovo slancio, un’apertura. Forse però l’ambiguità è voluta.
    Comunque complimenti!

    “Non c’è una bilancia su cui valutare le assenze”
    Bella espressione!

  2. nel finale volevo indicare solo questo spostamento dal dentro al fuori, cioè che J. smette di concentrarsi sui suoi pensieri e si getta fra le braccia del mondo che l’attende (si apre un ventaglio di possibilità su cosa ci sia in questo mondo che lo attende, un posto di lavoro dove recarsi?). ecco sì, mi piace lasciar “decidere” alcune cose a chi legge, non volevo indicare in che modo J. inizia la nuova giornata, solo che l’inizia “concretamente”.
    spero di aver risposto in maniera esaustiva 🙂 (ovviamente tenendo sempre conto che le mie intenzioni poi non si traducono pari pari nei risultati)
    grazie mille!

  3. l’incipit è piuttosto singolare.

    non sono un editor, figurati. se mi sforzo arrivo a contare più o meno cento parole di cui conosco il significato e ne userò al massimo, tòh, quaranta. quaranta su cento.

    eppure una parola, sul finale, proprio non mi torna.
    una parola: bancarotta.

  4. Bellissimo ed emozionante. Sensazoni e umori che in questo momento della mia vita mi balenano simili: caffeina, caffeina, tanta caffeina.

    Vengo a visitarti da questo account perché con l’altro blog, ahimé, non riesco più a procedere 😦

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