K.

«Non volare via con lui», disse la bambina porgendogli un palloncino rosso. Questa paura – prima o poi – ci investe tutti. Quando K. ebbe infine la cordicella nella timida mano chiusa la bambina emise un sospiro di sollievo: non era volato via. «Quello che mi ha insegnato la storia di Icaro» – scrisse un giorno a matita sotto la specifica domanda del libro di testo – «è che non si vola lontano dalle persone a cui vogliamo bene»; che non era proprio la risposta che la maestra avrebbe voluto leggere. «Quando parlo con i grandi» – le confessò un giorno K. – «mi sento come fossi entrato in banca»; una cosa che la bambina capì solo qualche anno dopo, un po’ perché in una banca fino ad allora non era mai entrata e un po’ perché le era difficile pensare a qualcuno di più grande di K., che era già almeno il doppio di lei; ci sono dimensioni e dimensioni, ma alcune di queste non appaiono.
Alcuni movimenti delle mani non si possono tradurre e nemmeno replicare, perché specificano un senso indivisibile dalla persona a cui si rivolgono in quella determinata fetta di spaziotempo; la bambina intuiva che c’era qualcosa di diverso dal grattarsi il collo per via di un prurito e il grattare il collo di K. senza sapere se gli prudesse: più o meno la differenza che c’era tra il Gaucho a batterie della Peg-Pérego e il triciclo a pedali.
Quel giorno di Marzo il cielo tronituante costrinse K. ad usare un tono di voce che non avrebbe voluto per spiegare alla bambina che sarebbe dovuto partire, che non sarebbe più tornato; la finestra accanto gocciolava e la bambina vi si unì, dando vita a un piccolo concerto di plop fuori sincrono. «Ti gonfio un palloncino, prometti di non slegarlo mai dal polso», disse non appena fu vuota. «Prima o poi si sgonfierà», rispose K. prima di averci pensato. «Io non vedrò».
La bambina crebbe con K. nel cuore, perché chi ha tanto spazio – là dentro – ne destina per sempre una parte a certe persone, che sarebbe forse logico dimenticare, ed alcuni lo fanno davvero: dimenticano, ma così rinunciano per sempre a una porzione di se stessi. L’ormai ragazza scrisse sul foglio protocollo destinato al tema che non si devono legare pietre pesanti ai polsi delle persone, che poi è per l’impossibilità di muoversi che restano lì e non saprai mai se invece non sia per te che sono rimasti, e allora è meglio legare ai loro polsi palloncini colorati, così anche se dovranno correr via – e ci sono tanti motivi per cui questo possa accadere, anche se tante volte non è facile riuscire a capirli fino in fondo – forse un giorno, guardando quel palloncino sgonfio a penzoloni, sul loro volto si farà strada un sorriso.

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