La scatola delle cose

«Tutte le persone – prima o poi – cadono», disse una volta tuo nonno, «ma il tonfo di chi si è spinto davvero in alto è l’unico che distinguiamo tra gli altri, che ricorderemo». Erano gli anni in cui ti piaceva immaginare che Daffy Duck cantilenasse nella sua mente «non dirlo Daffy, è un cartone per bambini, un cartone per bambini, un cartone per bambini…» ad ogni «che succede amico?». Gli anni in cui l’immaginazione straripava irrefrenabile in progetti di impensabile realizzazione, come l’ombrello volante. Il tentato ombrello volante è ancora racchiuso nella “scatola delle cose”, insieme ai pezzi del pericolante puzzle in tre dimensioni della torre di Pisa che tuo fratello calpestò (inavvertitamente?) e dunque distrusse in un pomeriggio d’autunno; quello fu il tuo personalissimo ground zero. Avevi scelto una scatola con sopra scritto Fragile, forse perché è meglio non rischiare che i sogni ci vengano percossi – piccoli o grandi che siano.
«Cosa c’è nella scatola delle cose?», ti chiese un giorno lei, e tu ne vuotasti il contenuto sul letto e le raccontasti la storia di ogni oggetto, che poi era anche la tua – di storia. Non esiste natura morta nei nostri racconti: gli oggetti vivono e si animano con le nostre parole. Le cose si arrugginiscono solo quando smettiamo di raccontarle. E com’era bello per te vedere le cose della scatola prendere nuova vita attraverso lei.
C’è davvero una linea di demarcazione tra la ragione e l’irragionevole? Tutta questi sforzi che facciamo per cercarla e poi posizionare le espressioni, i gesti, i segni al di qua o al di là, non saranno infine loro stessi irragionevoli?
La scatola delle cose è il segno cartonato di una transizione, il ricordo di qualcosa che si è perso solo fuori, nell’evidenza, il raccoglitore dei desideri più abissali; ogni sua nostalgica riapertura è un manifestarsi dello scarto tra ciò che avresti voluto essere e ciò che invece sei diventato.
«Vorrei poterci mettere dentro il tuo cuore», è quello che avresti voluto dirle ma non le hai mai detto, inchiodato dall’imbarazzo per ciò che sembra troppo banale per poter sconfinare dal pensiero; ti rammarica – ora – il non averlo fatto, il non aver saputo prendere le cose di petto. Ti chiedi se l’esistenza – prima o poi – ti concederà altre occasioni.

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