Il bambino felice

Il bambino felice nacque come nasciamo tutti, piangendo dopo una delicata pacca sulla schiena. Le sue furono lacrime di gioia. Le madri degli altri bambini erano invidiose, sorride sempre quello lì, si dicevano tra loro, e ripensavano alle loro notti insonni, ai pianti inesauribili. Il bambino felice era felice di avere fame, era felice di essersela fatta addosso, era felice di aver paura della tenda di fronte al suo lettino, che al calare della notte proponeva giochi espressionisti di ombre. Sono contento che mi punisci, sono stato cattivo, disse a sua madre dopo una sculacciata. Era già cresciuto abbastanza da capire cosa fosse il rimpianto, ma era felice di rimpiangere, che ci fosse la possibilità di selezionare, in un tempo finito, un’esondazione di chance. Era felice di non avere il tempo per poter verificare quelle possibilità una a una, che è una cosa in cui spesso sperano le persone infelici.
Il primo vero problema che gli causò la sua felicità lo ebbe quando – ormai ragazzo – la professoressa di matematica annunciò che prima dell’inizio della lezione si sarebbe osservato un minuto di silenzio per la morte di alcuni militari, in seguito a un attentato. Il ragazzo felice non smise di sorridere per tutta la durata del minuto. Cosa ci trovi di tanto buffo? chiese la prof; niente, sono solo contento che – almeno un minuto l’anno – ci si renda conto di quanto tutto questo sia orribile.
Man mano che si avviava verso un’età più consapevole si accorgeva degli sguardi che le altre persone gli rivolgevano. Come disapprovavano il suo sorriso, i suoi saltelli heidirelliani, le sue manifestazioni di gioia palesemente inappropriate. Il problema è che le persone sono quasi tutte palpabilmente tristi per la maggior parte della propria esistenza, anche quando non vi sarebbe alcun motivo, anche quando il motivo sarebbe facilmente aggirabile. C’è qualcosa di rasserenante e vigliacco nell’essere tristi, nel dirsi almeno ci ho provato, nel convincersi che sia vero. Avrei voluto, non più vorrei. I nostri desideri sono tutti al di là della paura, ha detto qualcuno; se non lo ha detto, lo avrà sicuramente pensato. La felicità è assolutamente intollerabile. Così imparò a trattenerla dentro di sé, senza darne manifestazione esteriore, portò le labbra in bolla, imparò a trascinare le gambe, le frasi di circostanza.
Un giorno un suo amico gli chiese: come stai?, come capita spesso di chiedersi tra amici, anche se succede raramente di rispondersi, rispondersi veramente, e in un lampo di ritrovata autenticità il ragazzo rispose: sono maledettamente felice. Buon per te! Il dialogo terminò lì, ma il ragazzo felice avrebbe tanto voluto confessare quanto gli sarebbe piaciuto essere triste almeno una volta, se non addirittura essere felice come tutti gli altri, a intermittenza. Ma nemmeno l’irrealizzabilità di questo desiderio riusciva a renderlo infelice.
L’unica persona che avesse mai amato lo lasciò dopo poco tempo; gli disse: c’è qualcosa in te che non va; era più che altro una sensazione, dato che lui non le aveva mai parlato del suo problema, se così si può chiamare; sono contento che te ne sia accorta, le rispose, continua a cercare quello che stavi cercando, sarò felice se mai lo troverai, concluse.
Passò quasi tutto il resto della sua vita davanti a una finestra, aspettando i giorni di pioggia, senza che il sorriso potesse mai abbandonarlo. Sono felice, ripeteva tra sé, dannatamente felice.

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4 pensieri su “Il bambino felice

  1. la felicità fa dannatamente paura.

    [bellissimo e struggente il corto – che ho appena visto – di spike jonze che appare nell’header]

  2. Sono felice di aver letto del bambino felice. Vorrei essere triste per lui, per la sua intollerabile e paralizzante felicità ma non ci riesco, ne sono felice.

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