Skyfall, di Sam Mendes

Dopo Marc Foster, che col suo «Quantum of Solace» aveva tentato di applicare alla serie Bond il metodo grengrassiano (girando una sorta di The Bond Ultimatum), immergendoci sì nello smarrimento nella contemporaneità, cui le inquadrature si omologavano sparpagliandosi nei dettagli – procedimento che trovava il suo culmine nel montaggio alternato utilizzato per spezzare e inframezzare l’azione (la sequenza con il Palio di Siena e altre analoghe) – purtroppo perdendosi a sua volta, questo «Skyfall» di Sam Mendes, pur non rinunciando al gusto per il dettaglio (si veda – a titolo di esempio – l’inquadratura sul riflesso del retro di uno specchietto della Aston Martin DB5 di Bond), mantiene una lucida visione d’insieme: davanti allo smarrimento ci offre una sorta di GPS.
Mito consapevole (perché sopravvissuto al postmodernismo) Bond fronteggia la frammentazione, l’inarrestabile accatastarsi di informazioni, il bombardamento analogico, il proliferare dei byte con un romanticismo prevalentemente corporeo. Differentemente da Ethan Hunt in «Mission Impossibile – Protocollo fantasma» (dove i gadget tecnologici in dotazione fungevano da trovate per rilanciare la narrazione) questo Bond è quasi spoglio di ogni tecnologia (le eccezioni: una pistola a riconoscimento e un segnalatore di posizione, poca roba insomma) pur essendo immerso nel tecnologico. Un ritorno al fare affidamento su di  sbarazzandosi di estensioni di sé (l’individuo “nudo” è infatti uno dei nodi centrali del film). Invecchiato, morto, resuscitato e reso immortale James Bond attraversa i mutamenti della modernità continuando a raccontarceli nel corso del tempo.
Anche il nemico, insieme ai tempi, è cambiato: non è più rintracciabile se non per propria volontà e non risponde più a una nazione ma al proprio rancore; il suo rivelarsi è macchinoso (in quella lunga inquadratura frontale in cui il villain si muove adagio verso il primo piano).
Coadiuvato dalla fotografia di un grande Roger Deakins e da uno Javier Bardem in grande spolvero, Sam Mendes riesce dove Nolan, con il deludente «Il cavaliere oscuro – Il ritorno» (una gabbia per corpi palesatasi in tutta la sua ineluttabilità nel sofferente vorrei ma non posso melodrammatico dietro la maschera di Bane) – una volta tanto – aveva fallito, ovvero a spostare l’asticella qualitativa dentro la logica industriale. Installazione autoriale nel cuore pulsante della serialità, questo «Skyfall» è un film destinato a rimanere.

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6 pensieri su “Skyfall, di Sam Mendes

  1. Concordo! Una fotografia meravigliosa, nella lotta al buoi nel grattacielo mi sono ritrovata a sorridere per la bellezza. Un Bond d’autore!

  2. Il miglior Bond nella storia del cinema. Aver avuto la fortuna di vederlo in sala è stata una grande cosa, e il post evidenzia egregiamente tutta la sostanza che c’è nel film. Azzeccatissimo il parallelo con Nolan e intessante quello, per contrasto, con MI. Lancio una provocazione: miglior action movie degli ultimi anni? Direi di sì. Dai tempi di…da quali tempi?

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