Joe Valigetta

La vita di Joe Valigetta non era stata – almeno a un primo sguardo – che l’espressione del flettersi di tutte le tendenze umane. Nato mediamente pesante, mediamente alto con una carnagione color media risultante fra le tonalità di tutti i maschi suoi coetanei, la sua principale abilità consisteva nel non averne alcuna. Ogni giorno al suo risveglio il suo aspetto e le sue doti si adattavano alla media mondiale del momento, anche se le variazioni erano spesso minime e impercettibili; qualche autentico sbalzo si verificava davvero di rado («sei strano oggi» «guarda come si è abbronzato il nostro Joe!» «cara, non sembra anche a te che i capelli di Joe siano sbiaditi?»).
La sua infanzia fu piuttosto felice, perché da piccoli è difficile poter fissare degli scopi o dei traguardi in base alle proprie presunte qualità: in genere si sogna di diventare veterinari, magari scienziati o piloti d’aereo ma non è una questione di predisposizione quanto di amore per gli animali, per le cose che esplodono o per quelle che volano. Joe Valigetta avrebbe potuto fissare qualsiasi traguardo per doversi fermare a metà, scavalcando alcuni per essere scavalcato a sua volta da altrettanti, ma questo ancora non poteva immaginarlo. Certo avrebbe forse potuto cominciare a sospettare qualcosa, quando durante la formazione delle squadre a scuola non veniva mai scelto tra i primi o tra gli ultimi ma sempre nel mezzo qualsiasi gioco si giocasse; o quando i suoi voti continuavano ad oscillare, ma senza grossi spostamenti, intorno al discreto. Il fatto è che anche se tutto permanentemente cambia le cose poi tendono a bilanciarsi, a restare mediamente uguali, qualcosa si sposta di qua o di là e qualcos’altro fa il percorso inverso. Certo siamo costretti a vedere le cose in maniera periferica, e così ci sembra che cambino brutalmente di minuto in minuto, ma da un punto di vista molto più ampio non funziona proprio così, a meno di qualche avvenimento particolarmente raro in grado di sconvolgere gli equilibri. Joe Valigetta era il sistema di riferimento ampio, generico, forzato nei confini del periferico.

Un particolare episodio vacanziero della propria infanzia gli sarebbe risultato indelebile. Mentre costruiva un castello di sabbia sotto la veglia moderatamente distratta dei suoi (la madre sorseggiava un tè freddo alla pesca da una lattina, il padre stava risolvendo le parole crociate ed era alle prese con una di quelle definizioni che ce l’hai proprio lì sulla punta) una bambina gli si avvicinò. Profuma di menta, pensò Joe, e si presentarono. La bambina aveva degli occhi verdi, di una bellezza lustrale, e dei disordinatissimi ricci biondi; quando parlava scandiva le parole adagio, come se avesse voluto gustare appieno l’esprimersi di ogni singolo suono. Posso aiutarti, gli chiese, e lui annuì, così costruirono un castello insieme. Poi la bambina andò sotto l’ombrellone a cercare i braccioli e si gettò in acqua. Chiese: vieni anche tu? E Joe prontamente la seguì. La bambina nuotava con una certa foga, verso le barche, diceva, verso le barche. A un certo punto – potete immaginare il perché – Joe non riuscì più a stare a galla e affondò di colpo. La bambina, che di tanto in tanto si voltava indietro per cercarlo con lo sguardo, non lo vide più e si allarmò, così inizio a gridare in cerca di aiuto. Un ragazzone nei paraggi recuperò Joe e lo mise in salvo. Frastornato e disteso sulla sabbia non riusciva bene a distinguere i contorni delle forme, a separarle nettamente le une dalle altre, ma sentiva nitidamente sua madre singhiozzare con insistenza: è colpa mia. Quando Joe si riprese del tutto per la bambina fu tempo di tornare a casa; i due si salutarono da lontano, agitando le mani.

Considerazioni di Joe Valigetta sull’argomento “amore”:
«l’amore è quella cosa che quando vedi una persona che magari vorresti abitare un po’ come una casa allora le bussi la schiena piano piano e questa persona si gira ma non ti fa entrare e nemmeno viene ad abitare dentro te perché se anche lei ti ama allora ti chiede di costruire con lei una casa da qualche parte e poi piega un giornale a forma di cappello come fanno i muratori e lo appoggia adagio adagio sulla tua testa».

Joe Valigetta non aveva un carattere medio, perché non esiste, e come si farebbe a calcolarlo? Era quel tipo di persona fragile priva dell’ironia necessaria a ridere delle circostanze che la vita di volta in volta inevitabilmente presenta. Joe Valigetta proprio non riusciva ad attivare quella risata interiore, e così ci metteva un sacco di tempo a svincolarsi emotivamente da tutte quelle cose che tendiamo a vivere come piccoli drammi personali ma che presentano evidenti tratti ironici, a ben vedere.

Si svegliò presto quella mattina, una di quelle mattine di tardissima estate, quelle in cui vedi le foglie aggrapparsi disperatamente ai rami. Quella mattina, come tutte le mattine, aspettava che la spia della macchinetta per l’espresso si illuminasse improvvisamente di verde, e se ne stava proprio lì fermo – leggermente ricurvo sulla schiena – a fissare la spia fin quando ciò non accadeva, un po’ per abitudine un po’ per registrare l’attimo. Ciò avvenuto avviò la macchinetta; il caffè si riversò come una tenue cascata nella tazzina di vetro, sgretolando la mezza zolletta di zucchero grezzo. Joe usava le tazzine di vetro per poter guardare quella linea di confine color crema che si forma a cavallo fra la schiuma e la fase liquida, pensava fosse bello osservare lo spazio sfumato in cui le cose si abbracciano. Spesso non si ricordava di spegnere la luce al neon accanto alla macchinetta, e quello era uno di quei giorni in cui aveva tanti pensieri a premergli dentro, quindi la abbandonò a se stessa. A ventiquattro anni Joe Valigetta restava con lo sguardo inchiodato alla finestra sognando l’irraggiungibile, che per lui era ciò che per noi è il prossimo, ovvero quel passo verso qualcosa che la perseveranza riesce a farci muovere, ma lui no, non avrebbe potuto: i suoi passi si agitavano come in un balletto telecomandato all’interno di un cerchio di diametro arbitrario.

Alla vita certo non manca il senso dell’ironia, e Joe Valigetta trovò lavoro presso un ufficio di statistica. Non ci mise molto a catturare l’attenzione degli statistici, che loro di variazioni se ne intendevano, e non potete neppure immaginare la commozione che si dipinse sui loro volti quando scoprirono che sì, c’era una persona in grado di fare surf sul punto massimo di una gaussiana. Joe capì così, dopo tutto quel tempo, quale fosse la sua condanna, e non si può dire che la prese bene, ma almeno per lui le cose iniziarono ad avere una spiegazione. Gli statistici raccoglievano quotidianamente dati che lo riguardavano e aprirono perfino un sito internet – joevaligetta.com – dove alcuni di questi dati venivano inseriti, così che le persone interessate potessero costantemente confrontarsi con l’altezza media, con l’abilità media nel colpire una pallina da baseball e con altre cose che quasi nessuno ammetterebbe di aver consultato come la lunghezza media del pene.

Trovò l’amore, come capita ad alcuni, e se ne rese pienamente conto quando lei esclamò: c’è così tanto dentro te! Ed era vero, in un certo senso, e forse anche nell’altro, di senso. Il fatto è che ogni persona ci attribuisce un valore (o non ce ne attribuisce alcuno), e la media di questi valori non ha alcun peso, ammesso che si possa calcolare, perché stiamo parlando di relazioni biunivoche, inscindibili. L’affetto non si ammucchia, non si divide.
Non erano n mani destre sommate e divise per n ad accarezzare il viso di lei, ma la sua mano.

Al di là di tutti quei numeri con la virgola, capì che la sua vita aveva un senso, non un contenuto ma un contenere, ma anche qualcosa più in là del contenitore. Che avrebbe potuto scrivere la sua storia, una storia che non avrebbe avuto niente a che fare con quella di tutte le persone che lui riassumeva. Che arrivare in alto significa soprattutto rischiare di farsi più male precipitando. Che quasi tutte le abilità più importanti non sono correlate a un numero. Che non esiste una quantità media di emozioni da gettare addosso nell’arco di un tempo y.
Eppure.

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