Il riparatore

Aggiusto le persone, questo è quello che faccio. Non è certo uscito dal mio cassetto, ma mi sono ritrovato a doverlo fare e – essendo quello che si dice un perfezionista – ho affinato la tecnica fino a diventare il migliore del ramo. Le persone mi contattano per cancellare loro un difetto caratteriale. Succede per diversi motivi, di solito perché non riescono più a convivere con quel difetto – ammesso che ci siano mai riuscite; meno spesso sono gli altri, a non riuscirsi. Non è importante. Io mi limito ad aggiustare il difetto o – se non lo trovo – a eliminare la sensazione di averlo. Non dico mai al cliente quale delle due operazioni ho svolto.
Alcuni cartelloni lungo la strada cercano di vendere necessità. La stazione ferroviaria si impone, vi faccio ingresso incrociando grappoli di sguardi alienati. Il treno delle 9 e 15 mi condurrà al prossimo lavoro. Eccesso di gelosia, un caso piuttosto comune. Può succedere di abbassare troppo la soglia e che il cliente ricontatti per un nuovo lavoro. A volte alcuni clienti chiedono di ripristinare il difetto. Altri ancora cambiano idea decine di volte, suggerendo l’esistenza di un difetto ulteriore. Tengo sempre questa considerazione per me: non sono pagato per fare considerazioni. Il viaggio si concluderà nel tempo di una manciata di pensieri. Nel bicchiere d’acqua del passeggero di fronte a me una bolla d’acqua ne rincorre un’altra, ma finisce inghiottita da un’altra bolla ancora, più grande. Il paesaggio filtrato dal finestrino potrebbe ricordare – se ve ne fosse memoria – il lascito di una apocalisse silenziosa. Non scambio una parola con nessuno: quando posso evito di raddoppiare l’evidenza. Sembra che – dall’invenzione degli aggiustamenti di cui mi occupo – per le persone sia diventato sempre più difficile affezionarsi le une alle altre; spesso è per questo che chiedono un ripristino, ma quasi sempre troppo tardi. Scendo dal treno senza precipitarmi; ancora pochi passi e sarò arrivato. Attraverso una piazzetta, cui il pavé disegna addosso una goffa geometria. Di seguito, una via senza pretese ostentate è infilzata da lampioni morenti. Dovrebbe essere la via giusta: così sembrano segnalare le lettere rimanenti sulla targa. La casa della cliente – a differenza della via – pretende molto, ma pare non restituire. Sono in anticipo di qualche minuto; potrei suonare comunque, forse mi verrebbe offerto un caffè, potrei aspettare che si raffreddi quel poco che basta, gonfiarmici le narici nell’attesa. Potrei fermarmi davanti alla porta e fantasticare di essere un’altra persona, come capita spesso negli spazi vuoti della vita, ma – in un certo senso – sarebbe come pensare al lavoro anche durante questi attimi di tempo libero. Suono. “Sicura di procedere?”. Dopo la risposta affermativa procedo, come sempre. Apro la valigetta e preparo gli strumenti. Guardo negli occhi la donna; quell’espressione – forse – non la vedrò mai più. Questo è quello che faccio.

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