Una cassetta

Sono stata in molti posti, ma non ho visto quasi nulla. Sono attaccata ad un muro, confinata alla periferia; lo spettro dell’antiquariato sembra dover piovere da un momento all’altro. L’insegna al neon del bar di fronte ha un N morente, che si accende a intermittenza in sequenze di lampi pigri e disomogenei. Tutto qui intorno sembra ripeterne il gesto, poiché in continua mutazione eppure sempre uguale a se stesso. Si prosegue, ma non ci si svincola. Il barbiere, il panettiere, i loro clienti, le persone che passeggiano sul marciapiede, i conducenti delle macchine insistono oppure si rivelano presenze più o meno temporanee rispetto alla mia persistenza qui, ma come me non smuovono nulla, se non per lampi le cui tracce sono destinate a smorzarsi in un elastico, un elastico non ancora abbastanza usurato da potersi deformare. Sono qui da decenni e tanti sanno dove trovarmi, ma ci si accorge di me se non casualmente solo per necessità. Quelli che mi cercano perché hanno bisogno di me sono la mia distanza dall’alienazione. Quelli che non sapevano dove fossi e sono contenti di avermi trovata sono le mie rare pause dalla solitudine. Le lettere imbucate sono le mie uniche possibilità di contatto. Forse non sarebbe giusto leggerle, ma tutti i miei pensieri nascono e muoiono dentro di me in un circuito chiuso garantendo una sorta di segreto professionale. Ricordo che qualche tempo fa non facevo in tempo a leggerle tutte prima che passassero a ritirarle. Ora ho un bel po’ di tempo per riepilogare, intrecciare, proiettare le storie verso una prosecuzione da me ritenuta plausibile: allestisco un potenziale infinito di ordine inferiore. Leggo – quando possibile – tutte le storie che mi capitano dentro, perché ogni storia ha una sua dignità: anche una bolletta racconta qualcosa su determinate persone, pur se è qualcosa di piccolo. Ho avuto a che fare con tante tipologie di racconti, anche se il fatto di non essere stata sistemata in un luogo turistico non mi ha consentito di leggere tante cartoline quante avrei voluto. Le cartoline sono l’io-sono-qui spedito al proprio passato prossimo; spesso contengono poche parole, si limitano a essere segnalazioni. Le lettere d’addio si riconoscono subito perché sono pesanti, madide come sono di lacrime. Le lettere d’amore sono le mie preferite, per quanto siano spesso le più goffe del mazzo, ma sono anche quelle che hanno subito di più la diminuzione generale: forse perché si utilizzano altri mezzi o forse perché l’amore non si racconta più. Io sono solo un tramite, un passaggio, un depositario precario a tempo indeterminato. Mi sento un contenitore di funi gettate su dirupi. Una possibilità e al contempo una parentesi d’impossibilità. Vedo le persone schivarmi, passarmi accanto, le vedo distanti, le vedo muoversi disordinatamente, mi chiedo di chi io abbia letto una lettera, e se, o quali lettere fossero indirizzate a chi tra loro. Quali storie stanno camminando davanti a me in questo istante? Quali tra quelle che ho ritenuto plausibili si sono effettivamente materializzate? Vorrei poterne seguire una, di storia, allora mi concentro su una persona, non la perdo d’occhio, ma si allontana velocemente, svolta l’angolo, scompare: non ne ho avuto che una cartolina.

Ti amavo, ma non ho saputo. L’importo dovuto per il secondo trimestre è di. Spero che ci riabbracceremo presto. Non ne posso più di tutto. Tanti saluti da Carlo. Si richiede la presenza. Qui ci divertiamo molto. Buon compleanno! Ci dispiace tanto. Mi manchi. 890 euro. Spero che un giorno ti accorgerai di tutto. Ti amo, non posso più tenere dentro ciò che. Spero che le cose vadano bene anche dalle vostre parti. Non voglio stare qui. Egregio signor. Auguri! Le comunichiamo che ha vinto. 23 Gennaio. Marco ha iniziato le medie la settimana scorsa. Non respiro più l’aria che respiri e questo mi distrugge ogni volta che ci penso. Torno fra due settimane. Addio.

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