B.

Getta l’anima oltre l’ostacolo e vai a riprenderla, diceva sempre mio padre, ma io vedevo i traguardi sotto il mio naso; là, oltre quegli ostacoli, c’era qualcosa che non desideravo raggiungere: così io e la mia anima non ci siamo mai dovuti separare. Speravo di potermi costruire un tranquillo rifugio di serenità in una dimensione piccola, forse senza ricevere l’approvazione degli altri, come se in fondo importasse; ma quando da ragazzo immaginavo cosa avrei fatto da grande non pensavo che sarei diventato un sovrapprezzo. Il silenzio mi investe in lunghe ore di solitudine quasi tutti i giorni. Per i primi tempi la speranza mi teneva compagnia: mi affacciavo, quello si fermerà, questa è la volta buona, invece no. Sono diventato un disilluso. L’unico traffico con cui sono finito ad avere a che fare è nella mia testa: una lunga colonna di pensieri stanchi che si sorpassano l’un l’altro senza migliorare di fatto la propria posizione.
Ho custodito da protagonista una tappa obbligata di desideri e ancor più spesso di necessità; ora mi si guarda come si guarderebbe un museo. Non che fossi mai stato indispensabile, ma ero sicuramente utile, se non altro in un modo che potrei dire romantico; ora questa utilità è diventata superflua. Alcuni dei pochi che ancora passano di qui quando sono presente si vergognano di non saper fare da soli ciò che faccio. Altri passano a tarda sera, se non di notte, quando ormai sono lontano. Ho spesso architettato di aggirarmi qui in quei frangenti come un ladro, un ladro in casa propria, per poter osservare le persone; nei sogni ad occhi aperti giungo in loro soccorso perché all’improvviso si rende necessario: qualcosa si inceppa o pare non funzionare come dovrebbe. Non ne ho il coraggio, anche se forse coraggio non è la parola adatta.
Un rombo familiare vorrebbe riportarmi alla realtà, ma tutto sembra ancora sospeso: mi sento conteso in un braccio di ferro fra due dimensioni di uguale potenza. Poi, un finestrino si abbassa. Eccomi. Il pieno, il pieno per favore.

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