Il mimo

Non può essere lui!, insinua la logica, eppure non può che esserlo, dissentono gli occhi: non i miei, i suoi; le iridi prive di colore proprio, indimenticabili specchi in cui ciò che vi passa e posa – definendoli – può cercarsi. Possono essercene anche solo di paragonabili? No, non può che essere il mimo di quel giorno, il nuovo dipendente appena sedutosi nella postazione accanto alla mia. Mi saluta con un cenno prudente.

Quel giorno la capitale era sormontata da nuvole color minaccia. Nella piazza centrale si agitavano centurie di persone, ognuna a spingere le altre per conquistare una posizione privilegiata. Il monumento, motore di quelle forze, si arrampicava eroicamente sul cielo e sembrava sperare di spezzarlo. Una donna con un cappello rosso tentò di sottrarsi con tenacia alla calca, ma vi scomparve. La folla si deformava senza sosta come fosse un’enorme massa elastica; ricordo di aver sperato l’impossibile: farne parte e dissociarmene nello stesso attimo. I volti di chi si congedava dall’attrazione erano segnati da diversi gradi di appagamento; la brama di un souvenir scintillava in una miriade di occhi. In disparte, abbracciata a un lampione spento, una bicicletta biancoverde sconfitta qua e là dalla ruggine cercava di resistere al logorio. Un groviglio di vicoli stretti si apriva intorno alla via principale, dispensando scorci: l’entropia vi andava a passeggio.

Un mimo ricavava il suo spazio in una zona trafficata dal deflusso turistico, che da lì in qualche modo era costretto a passare ma di rado si fermava, se non per ammirare nella sua completezza un altrove, fare panoramiche. Si lasciava alle spalle un ponte di legno che scavalcava la bozza di un fiume. Affiancava e imitava i turisti, scatenando qualche sorriso; le espressioni di sorpresa – dovute ai due caleidoscopi incastonati nel trucco impallidente – si susseguivano. Ogni tanto inchinava il cappello per riverire le signore: le più ardite concedevano una mano alle sue labbra.
Una ragazza gli si avvicinò esitante, approssimandosi senza convergere, diffidente ma affascinata, attratta ma respinta da un magnetismo fluttuante. Ballarono un valzer di soli sguardi. Una canzone emanata da un supporto irriconoscibile era un sottofondo che andava spegnendosi. La ragazza mise fine alle danze. Mimami l’amore, gli chiese, e il mimo impassibile s’inchiodò ai suoi occhi; lei stette al gioco e restarono così per un tempo che li scolpì. Questo dunque sarebbe l’amore?, chiese infine al mimo, che non poté replicare.

Ho sempre trovato inopportuno irrompere nello spazio intimo delle persone, ma questa volta devo contenermi per evitare di; fallisco: accendo una conversazione. Tra le altre cose, mi dice di essere stato trasferito qui da un ufficio analogo. Non partecipa con entusiasmo: si volta verso il computer non appena ha finito di soddisfare una mia domanda, poi torna a rinnovarmi le sue attenzioni, ogni volta come se stesse elargendomi una concessione. Spazzando via le remore residue, gli chiedo: Eri un mimo, vero? Nega. Mi sorprendo a insistere. Questo è tutto quello che so fare, risponde seccato indicando il computer di fronte a lui. Anche se stesse mentendo, non dovrei biasimarlo: non può che essere lui stesso il primo a credere alle proprie bugie, come se fosse sia pubblico che attore, come se avesse la necessità di sospendere l’incredulità davanti alle proprie azioni. L’evidenza – del resto – non lo tradisce. La disinvoltura dei suoi gesti, la velocità con cui converte le procedure. La noia, che qui aggredisce in un corpo a corpo, lo attraversa come una debole radiazione. Sembra davvero che non abbia fatto altro per tutta la vita. Come si può pensare di dubitarne? Solo i suoi occhi insistono nella denuncia.

Qualsiasi ruolo possa essergli assegnato dall’esterno, dalle contingenze, dal sistema, lui ribadisce quello di imitatore, che perciò ha scelto per sé in maniera definitiva, incorruttibile. Almeno su un punto però ha dovuto cedere: il passaggio dal muto al sonoro, da mimo ad attore; il silenzio lo renderebbe paradossalmente rumoroso, impossibilitato a mimetizzarsi nel corpo sociale. Oltre alla concessione immagino anche una rinuncia; ammirandone la dedizione non riesco – infatti – a immaginare che possa avere una famiglia. Prima che questo mi possa commuovere, ritratto: e se invece ne avesse una moltitudine? E con le amicizie, come si comporta? Dove vive? Cambia continuamente domicilio? E il nome? Un groviglio inestricabile di quesiti mi travolge.

Raccoglie pochi effetti personali e si avvia verso l’uscita: sento l’interpretazione dei suoi passi percorrere le scale. Ho la forte impressione che non lo vedrò più, non qui. Non resisto al richiamo della finestra: eccolo. Il suo abito color burocrate si confonde nel contesto. La telecamera lo insegue, inutilmente. A cosa serve un sistema di controllo se lo si fa girare a vuoto non mostrandogli alcuna sbavatura? Come si giustifica l’eccesso burocratico, il nostro sforzo? Ben vengano dunque i sovversivi, coloro che sgarrano: senza di essi il mio lavoro non avrebbe motivo di essere.
Quando abbandona il mio campo visivo, lo immagino – come capace di un prestigio – trasformare il vestiario; e non solo: le movenze, il portamento, l’accento. Che cosa vorrà essere dunque ora? uno scrittore? un cuoco? un politico?
So che non avrebbe risposto, ma vorrei comunque avergli chiesto cosa si prova a essere me.

brazil4

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