Running

È maggio. Il tuo sguardo è carcerato al soffitto. La luce di un lampione sbatte sulla tenda addolcendo il buio all’interno: vi siete dimenticati di abbassare la serranda. Ti accanisci sul poco che ancora si affaccia delle tue unghie. Vorresti svincolare i tuoi pensieri dall’esame che non hai superato. Ti sono successe altre cose spiacevoli in questi ultimi giorni. Alcune, sottratte al cumulo, forse subito dimenticabili. Hai provocato un piccolo tamponamento, la settimana scorsa, una distrazione perdonata in fretta solo dagli altri coinvolti. Ti sei dimenticata di fare la spesa, così qualche ora fa vi siete dovuti procurare due pizze. Ancora: hai perso una partita a scacchi, hai commesso tre errori grammaticali, hai causato una macchia sui pantaloni. Anche se adesso non ti vengono in mente, sei sicura ce ne siano altre, prima della più recente. Lui è andato a dormire rivolgendoti la schiena in un gesto di sottolineatura; speri ancora che possa girarsi verso di te, anche se inconsciamente, anche se con lo sguardo otturato. Il litigio è stato come una profezia che si autodetermina: ha insinuato avessi un problema con lui, elencandoti ciò che lo rendeva evidente: carenza di parole, di contatto; tu hai negato perentoria, non le premesse ma la conclusione, senza però volerne fornire una in sostituzione, perché è così che vuoi gestire una crepa: aspettare che la profondità sia intollerabile, prima di stuccare; infine, data la sua insistenza, hai iniziato sul serio ad aver un problema con lui. Avresti preferito che litigaste per la spesa mancata, per esempio: avevi bisogno di chiedere scusa, ma sei stata perdonata ancora prima di poter abbozzare. Non ti preoccupare, ti ha detto. Tremi leggermente, ma senza soluzione. Lo guardi, pensi di svegliarlo ma poi no, non lo fai. Ti alzi con delicatezza dal letto, nuda: così sei abituata a dormire, a tentare di. Il necessario a correre si trova sulla sedia che accompagna l’uscita, disposto in un ordine estraneo al resto del monolocale. Un ordine che suggerisce premeditazione – ma inganna. Infili una maglietta e dei pantaloncini ugualmente color lampone. Esci: l’aria frizzante della notte distribuisce brividi. Il tuo braccio teso dietro la schiena appoggia la porta. E se si svegliasse mentre non ci sei? Immagini le conseguenze. Immagini la schiena, di nuovo, ma quasi eterna. No, non dovresti, eppure non puoi fare a meno di. Ti volti a guardarla, la porta, e la vorresti specchio piuttosto che coperchio. Ti congedi, sbuffi appena, percorri le scale. I primi passi, pur veloci, sono di riscaldamento. In prossimità di alcuni murales che – più che affrancarlo dal – esaltano il degrado, incrementi l’andatura. Nel cortile di una palazzina popolare due ragazzi stanno riverniciando una bicicletta capovolta; squadri: ricambiano con ostilità, subito distogli. Poco dopo aver attraversato la strada che raggiunge lo stadio, incroci un fumatore che passeggia con calma olimpica. L’hai già visto da qualche parte. Non può esserlo, rifletti, eppure è Cortázar. Hai un poster con la sua faccia, ora arrotolato chissà dove; dopo il trasloco non hai voluto cercargli sistemazione su una parete: ti mette a disagio lasciare segni su una casa che non sia tua. Cortázar è morto da anni, ne sei certa, eppure torni sui tuo passi, sempre correndo, ma non c’è più. Come può essere sparito così in fretta?, ti chiedi. Il primo libro che gli hai regalato è proprio di Cortázar, ricordi. Non stavate ancora insieme. Avevi scritto sul culo della copertina: qui dentro c’è un po’ molto di me. Vorresti archiviare, far finta che non sia successo niente, che poi – rifletti – è l’unica soluzione sensata. Riprendi la corsa. La strada è illuminata in maniera appena decorosa. Ti chiedi quali scopi potrebbe servire lo stadio se l’erba non scavalcasse le tue anche, poi lo abbandoni. Schivi un semaforo intermittente. Ti lanci verso il rettilineo che taglia in due lo stagno, calpestando a ritmo sostenuto la pista ciclabile. Poco davanti a te un pallone da basket attraversa la strada a saltelli; una macchina ci si avvicina a grande velocità; l’urto è inevitabile e tu rallenti, hai un sussulto, chiudi gli occhi e non senti il rumore che aspettavi: il pallone non c’è più, la macchina – che ti volti a cercare – si appresta ad affrontare un semaforo. Ti schiaffeggi – anche con vigore. Un rosso ti ferma: giri in tondo per non spezzare la corsa, fin quando non scatta il verde. Superi un parcheggio, ed eccola lì, la spiaggia: sei arrivata. Spesso, al cospetto del mare, non puoi fare a meno di rievocare un episodio del liceo; alcuni tuoi compagni stavano parlando di te senza accorgersi che tu potessi sentirli. Una lunga tavola da surf con una bella faccia, così ti descrisse uno di loro, e gli altri ne risero. Immagini, aderente a quella descrizione, di poter scivolare sul pelo dell’acqua. Lanci le scarpe alle tue spalle e i tuoi piedi nudi affondano nella sabbia, arricciati. Il faro alogeno di uno stabilimento (a cosa serve, poi?, ti chiedi) stende banconote di luce sulla superficie serena del mare. Non sopporti il rimbombo dei pensieri nella tua testa: vorresti zittirlo, ma ci riesci solo per pochi istanti. Punti il mare, allora, e un leggero sorriso si apre sul tuo volto. Prendi una rincorsa disperata. L’ultima cosa che pensi, prima di irrompere nell’acqua gelida, è che sarebbe stato meglio spogliarsi. Poi scompari sott’acqua, ti agiti, guadagni la superficie. Nuoti, o almeno ci provi, e ti riempi le narici. Non resisti a lungo: accordi al tuo corpo la clemenza che ti supplica. Una volta fuori dall’acqua tremi, tremi ancora, e allora ti chiedi se sia valsa la pena correre dal letto fino al mare solo per avere l’occasione di tremare più forte. Pensi che dovresti tornare a casa il più in fretta possibile, ma ti lasci cadere sulla sabbia infliggendoti un’impanatura. Ti abbandoni a una risata fragorosa, incontrollabile; e resti stesa sulla spiaggia, ancora ridente, a cercare le stelle.

5.-400-golpes

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