Una striminzita riflessione sulla ruggine

A uno sguardo pigro la ruggine si propone come segno di vecchiaia, decadimento, trascuratezza, suggerimento di non-funzionalità. Guardando meglio, con essa appaiono fantasmi. Gli oggetti raccontano storie che s’intrecciano alla nostra, abbracciandola. Arrugginendosi, assumono una nuova funzione, una funzione narrativa. Quella bicicletta stipata in cantina, non più utilizzata allo scopo per cui era stata concepita, pennellata di ruggine, evoca quelle mattine di primavera, la luce tiepida, l’appagante progressività della fatica, la possibilità di azzardare distanze ormai inavvicinabili, la guerra dichiarata ai propri limiti, ma anche quei paesaggi floreali, la pace, qualche raro ciclista dall’altro lato a mandare un cenno con il capo che voleva dire pressappoco: eccoci. Tutto questo veicolato da un semplice processo di ossidoriduzione. Fino a vere e proprie sinestesie: l’odore – immaginato – di caffè che gonfia le tue narici mentre stai archiviando dei vecchi oggetti, ed eccola, la moka ora arrugginita che tua madre usava per preparare il caffè la mattina.
Tentare la sua rimozione, la sua copertura, è un assist fornito all’oblio, un cullare l’illusione che gli oggetti possano tornare come nuovi anziché amare la narrazione che producono. L’ossidoriduzione andrebbe proclamata come forma di Resistenza, non in un atto nostalgico, ma perché nel Sistema stroboscopico in cui viviamo, dove ogni lampo è l’amnesia del precedente, la ruggine proietta l’immagine di una lotta.

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Peso fratto g ovvero l’eroismo sentimentale di Pippo Inzaghi

Le persone tendono a dividersi in due categorie. Ci sono quelle che dividono le persone in due categorie e quelle che non lo fanno. Ora sapete a quale appartenga io. Le persone che dividono le altre in due categorie, molto frequentemente, credono tuttavia (la logica di ciò è piuttosto perversa) di appartenere a una terza categoria, della quale farebbero parte solo loro. Assai raramente pensano che anche le altre persone si sentano così, che sarebbe già un passo verso la categoria che non divide. Per questo le pubblicità del tipo “distinguiti dalla massa” funzionano ancora benissimo. Ma cos’è la massa? Peso fratto g, dico io. A giudicare dalla massa di veicoli che vedo in giro comprare un’automobile è l’ultima cosa che farei per distinguermi dalla massa.
Ho conosciuto un signore di Avellino, sul treno. Piano piano, mi diceva. «Studi?» «cerco lavoro, ma di questi tempi…» «piano piano»; «ma quanto ritardo stiamo facendo?» «piano piano»; «ma l’alta velocità?» «piano piano»; «ma la Salerno-Reggio» «piano piano»; «sa, mi pare che abbiano chiuso qualche reparto alle Molinette, non so se…» «se è chiuso torno a casa, che devo fa’». Ma l’amore? Piano piano pure quello, dico io.
Gli italiani si dividono in due categorie: quelli a cui piace troppo il calcio e quelli che lo odiano perché agli altri piace troppo. In pochi hanno capito perché Pippo Inzaghi non abbia cambiato squadra. «Non giocherà», «non sarà nemmeno nella lista Champions»; tutto vero. Io penso di averlo afferrato, il perché: è che ci possono essere cinque minuti che valgono mesi di panchina e più del superamento di un record. Quando entrerà sul quattro a zero in casa, in quegli ultimi cinque minuti, il pubblico sarà pronto a tributargli un boato, ad applaudirlo fino a spellarsi le mani. Lo chiamano affetto.
Per questo io non cambierò maglia, anche se non mi convocherai e non mi iscriverai nella tua lista Champions, e se mi accomoderò in tribuna poco importa. E se saranno solo cinque minuti non ci sono triplette da segnare altrove che li valgano. Piano piano, dicevo.

Avrei voluto scrivere qualcosa sul film di Gipi

che poi è un film così così, ecco, però inizia benissimo. C’è questo long take d’apertura, “radiofonico”, e alla radio si parla dell’incombente invasione aliena, il che fa immediatamente echeggiare la guerra dei mondi wellesiana; interviene un dirigente (ecco, non ricordo se fosse proprio un dirigente, ma non è questo il punto) del Cesena preoccupato dell’impatto negativo che questi alieni potrebbero avere sulle piccole squadre che puntano sui giocatori del proprio vivaio, che chissà quanto costeranno questi alieni sul mercato e allora solo le grandi squadre potranno permetterseli eccetera eccetera… Benvenuti in Italia, sostanzialmente.
Dopo aver visto il film ho pensato che mi piacerebbe essere uno scrittore di romanzi fantascientifici, tipo Philip K. Dick, ma poi ho anche pensato che non si può decidere ciò che si è (si può decidere di credere di essere qualcosa, ma non è lo stesso) e che non sono idoneo alla scrittura di romanzi, è un problema di verticalità: quando scrivo qualcosa devo arrivare dritto alla conclusione, un po’ come chi soffre di eiaculatio precox.
Allora mi sa che mi accontento di leggerli, i romanzi fantascientifici. Ce n’è uno che ho letto recentemente, i mercanti dello spazio di Pohl e Kornbluth, che è un romanzo davvero incredibile del 1953, ovvero ben quattro anni prima che l’illuminante i persuasori occulti di Vance Packard vedesse la luce e più di cinquanta prima di Mad Men. Oltre ad avere un ritmo assolutamente feroce e a presentare un intreccio di interessi e di complotti (se vi interessano queste cose) riguardo un viaggio su Venere, il romanzo è una indagine sociologica profetica e tagliente (quasi vivisezionante), un dizionario compatto sul consumo, sul consumare e sull’essere al contempo consumati (come [s]oggetti di consumo), è il ritratto estremizzante (e non troppo) ma al contempo spaventosamente attuale di un mondo dove non solo ci sono leggi di mercato, ma dove è il Mercato a scrivere le leggi, a essere Legge.

Oh, Mama, can this really be the end?

A volte poi non lo capisco, come siamo diventati interscambiabili. Non ci manchiamo più, ci manca ciò che abbiamo provato: com’era bello amare e non com’era bello amarti, ad esempio; la capacità/possibilità di amare prima di tutto, oltre e fuori dal soggetto investito. L’amore è sempre più universale e meno duale, quindi prossimo al suo svuotarsi nell’autoreferenzialità in quanto discorso che non si rivolge più a qualcun’altro – se non accidentalmente – ma si parla addosso. Allora è il caso di superare le definizioni standard e personalizzare i nostri legami con le altre persone, così che non si possa più ricostruire quel tipo legame con una persona diversa, in modo da non avere più tipologie relazionali fisse dentro cui varie persone possono muoversi in maniera del tutto indifferente; non più amore – generico – ma Ashton, Bal au moulin de la Galette, Castione della Presolana, Così parlo Zarathustra e via dicendo, ognuna di queste entità mi ricorda una diversa persona, e non attraverso (la mediazione affettiva non è travalicamento definitivo della disaffezione [che poi spesso è l’affetto per l’affetto stesso], poiché starei interponendo qualcosa tra) ma insieme a questa posso recuperare la specificità. Forse preferireste introdurre le gradazioni d’amore, le gradazioni d’affetto, le gradazioni d’amicizia: tutte oscenità verticalizzanti; esistono versioni diverse d’affetto, ognuna la è (non ho mai amato nessuno come ho amato lei/lui: incredibile ovvietà!) in un senso però orizzontale, ma allora la stessa definizione d’affetto deve essere riplasmabile e non più sostituibile il suo oggetto (l’esempio precedente vale per decine di potenziali lui/lei); tu sei il mio Bal au moulin de la Galette!, con buona pace di Renoir.

Io ce la metto tutta

Lasciate che vi dica una cosa: le stelle esistono anche di giorno, esistono anche quando il cielo è nuvoloso. Le stelle non sono fatte per scintillare sopra i vostri occhi luccicanti e appagare il vostro senso estetico, no; non sono fatte per essere guardate, oltretutto in differita, per dire ohmachebello mentre ve ne state romanticamente sdraiati su un ruvido prato. Le stelle esistono e persistono indipendentemente dalla nostra capacità di vederle, di masturbarci visivamente guardandole. Provate ad amarle qualche volta, ma sinceramente, non vi innamorate della sensazione che queste suscitano in voi, non masturbatevi. Solo i bambini sono capaci di amare, le stelle e tutto il resto, persone comprese, ed è anche per questo che ho paura di diventare adulto, un giorno, di colpo, come una scossa che arriva inattesa e ti stravolge in un lampo irreversibile. Ho paura del cinismo perché so che a volte diventa necessario. Ho paura di chi in televisione cerca di inculcarmi i valori della famiglia e poi va a puttane dietro le quinte. Ho paura dei muri sui quali ho sbattuto con irruenza il cranio lungo il mio cammino e ho paura di doverne innalzare uno a mia volta, e che qualcuno si faccia male sbattendovi contro. Ho paura dei violenti attacchi d’ansia che hanno dilaniato il mio sonno e la mia serenità, spero non debbano tornare mai più. Ho paura di chi mi ha insegnato che non bisogna divorziare e si è separato in altri modi: isole, sguardi vicini che si incrociano senza guardarsi, voci che si parlano senza ascoltarsi. Ho paura di chi mi ha insegnato a non chinare il capo mai e poi mai e lo ha poi chinato davanti a Marchionne: “è necessario salvare il culo”. A differenza di Allen Ginsberg le menti migliori della mia generazione non le ho viste, ma ho visto e sentito le peggiori, guarnite di vestiti eleganti, idee sfavillanti sull’esposizione da mensola e la mercificazione, vetrine vetrine ancora vetrine e scontrini di parole sgargianti da srotolare in occasioni importanti. Ho paura di chi dice che il cinema italiano non è più lo stesso, che la musica italiana non è più la stessa, che la letteratura italiana non è più la stessa, come se non fosse ovvio che le cose cambino. Ho paura di chi ha dato la colpa a me per tutto questo. Ho paura di chi disprezza gli omosessuali e poi cita Pasolini; “Pasolini però era una grande”. Ho tremendamente paura di quel “però”. Ho paura di chi odia le fiabe e di chi non sa viverle. Io almeno ci ho provato e continuerò a provarci nonostante tutto: non fosse per questo sarei morto di vecchiaia a otto anni. Ho paura di chi ha [a sua volta] paura delle persone che non gli somigliano, di chi vorrebbe specchiarsi in tutte le cose per non vedere altro che sé. Ho paura di vedermi circoncidere il prepuzio delle speranze. Ho paura di chi guarda a destra e vota a sinistra, di chi più guarda a destra più si spinge a sinistra per espiare il proprio senso di colpa. Ho continuamente paura di essere nel fottuto posto sbagliato e ho paura del peso delle logiche schiaccianti. Ho paura di chi non sa perdonarmi ciò che gli/le perdonerei. Perché errare è necessario al nostro processo di crescita, anche se spesso si cresce a caro prezzo e una buona parte di quel conto devono saldarlo gli altri, che a loro volta cresceranno per questo; sono complesse e ramificate concatenazioni di circoli virtuosi. Ho paura di chi vuole spiegare l’inspiegabile, io credo che esistano cose fini a loro stesse, non credo ci sia bisogno di una interpretazione per tutto e ho paura di chi ne elebora di comode per rasserenarsi davanti a certe situazioni (e quindi ho spesso avuto paura di me stesso). Ho paura di quanto possa essere talvolta difficile spiegare che la matematica non è sinonimo di rigidità. Ho paura che due più due risulti quattro troppo spesso. Ho paura dei pronostici e della mia capacità di azzeccarli quasi tutti, di non riuscire più in qualche modo a sfiduciarli in futuro. Ho paura di chi non vede il lato ironico che si nasconde dietro ogni cosa, anche la più drammatica che si possa immaginare. Quante persone abbiamo perso perché avevamo troppa paura di perderle? Questo non è, a pensarci bene, dannatamente spassoso? Ho paura di chi si prende troppo sul serio: nessuno ha motivo di farlo. Ho paura di chi ha paura di difendere il proprio gusto. Ho paura delle maggioranze. Ho paura che la democrazia distrugga tutte le idee minoritarie migliori, giorno dopo giorno. Temo la quantità. Ho paura delle voci altisonanti e della strategia della sovrastazione del dissenso attraverso le urla, ma ho anche paura, all’inverso, dei tarallucci e del vino. Ho paura di quanto sarebbe stato bello invecchiare insieme:[la vita ci spinge verso direzioni diverse]. E ho paura di tante altre cose che potrei spiegarvi solo a gesti, o sbarrando gli occhi, o scuotendo la testa vigorosamente, o tremando in maniera irrefrenabile, o piangendo tutte le lacrime di cui sono capace.

Metodologie


Dovrebbe essere facile definire l’apnea come intervallo di tempo che intercorre tra immersione e riemersione, due fasi cruciali del passaggio da una sostanza all’altra (sostanze divise da una superficie). In fondo anche gli astronauti si “immergono” nello Spazio. Anche per quel che riguarda il cinema ci sono cineasti che lavorano sull’immersione in acque profonde (come Werner Herzog e David Lynch) e altri che lavorano sulla (e con la) superficie (come Sam Mendes ma anche come i fratelli Coen).
Oltre all’immersione c’è il volo, decollo ed atterraggio, ascesa e discensione. Sempre di evasione, di ricerca dell’Altro, si tratta. La terra è la solida struttura dalla quale ci congediamo, ma anche la madre che ci (ri)accoglie in un abbraccio. Sostanze diverse (terra e carne) ma in sostanza uguali.
Meccanismi di varia natura vengono offerti per difenderci dalla schizofrenia di massa, non solo immersione e volo, ma anche un comodo vaffanculo. Un esempio pratico. Tra le schizofrenie di massa oggi è di moda l’ansia igienista (probabilmente dovuta ad un certo allarmismo a sua volta dovuto ad una certa malattia vagamente suina). Fai attenzione quando entri in un cinema, non toccare nulla quando sali sul tram, EVITA OGNI FORMA DI CONTATTO, disinfetta (riferito a QUALSIASI cosa). A quando le maschere antigas? Prendete una di quelle persone che elargiscono suggerimenti di questo tipo in maniera intensiva e sfiancante, tenetela al vostro fianco per un lasso di tempo non indifferente, valutate la vostra reazione. Reagite con un «certo che mi piacerebbe proprio versare dell’Amuchina sulla tua gloriosa testa di cazzo». Io ci ho provato e vi assicuro che attenua sensibilmente l’ansia igienista (anche se potrebbe trasformarla in qualcosa di peggiore…).
C’era un motivo per cui ho aperto questo post, davvero, ma probabilmente l’ho dimenticato strada facendo.
Comunque, non è sempre facile trovare dei validi motivi per atterrare o riemergere. A volte sospensione ed apnea sono situazioni transitorie che ci piacerebbe prolungare all’infinito (forse non si può dire lo stesso di una mitragliata perpetua di vaffanculo, ma ora come ora non ci giurerei). Altre volte ancora abbiamo bisogno del pannolone perché l’eventualità dell’evasione ci spaventa e vogliamo restare “a casa”, tenere il confine superficiale ad una distanza di sicurezza. Sostanze diverse (lacrime e cacca), stessa paura di attraversare la superficie (da una parte o dall’altra).
Gli abissi a volte servono anche per gettarci i cadaveri e le cose che vogliamo dimenticare, e cerchiamo un sasso bello pesante a cui legare queste cose, sperando che non tornino mai su. Quando qualcosa riesce poi a svincolarsi e riemergere devi farci i conti. Imparare a provare dolore. E a condividerlo.

a.

A volte vorrei versare della lisciva sulle aspettative degli altri. Immergermi per qualche minuto in un ronzio costante dal quale sia impossibile estrarre i suoni, le parole, i significati. Uno sfondo senza figure.
Mi piaceva il rumore della macchina da scrivere, quando ero piccolo. Inchiostro che cozza contro un foglio, ritmicamente. Sono mesi che mi ripeto che dovrei battere qualcosa a macchina, non so bene cosa, o meglio so benissimo cosa ma non so affatto come. Scrivere è terapeutico, non riesco nemmeno a pensare di smettere di farlo, solo che non ho ancora ben chiaro cosa valga la pena scrivere. Forse le stesse cose per cui vale la pena vivere. Abbiamo una serie di opzioni davanti quando scegliamo di condividere qualcosa di noi, una quantità enorme di paure da sviscerare, di avvenimenti più o meno reali che ci investono continuamente. Bisogna saper accettare che le cose importanti e significative per te potrebbero non esserlo per gli altri, che non esiste qualcosa di universale, sconfinato, che tutto si chiude dentro un cerchio di fuoco nel quale potrebbero farti compagnia una mezza dozzina di persone, se sei fortunato. Sono le persone per cui vale la pena scrivere, o meglio continuare-a-farlo.
Vorrei essere Alvin Straight, avere un motivo per fare qualcosa di estremo per qualcuno, scagliare stelle cadenti contro l’oblio, contro la mia paura dell’oblio, la paura di svegliarmi senza ricordare perché  cazzo mi stia svegliando. Vorrei viaggiare a bordo di un tagliaerba, ad una velocità che mi dia il tempo di riflettere e mettere a fuoco, lontano dalla virtualità, dalla plastica e dai circuiti.
E vorrei anche smetterla di essere così tremendamente noioso ed elementare, in questo periodo, ed è una cosa sulla quale sto lavorando.