Massimo quindici pezzi

Chi aveva progettato l’ipermercato 24/7/365 non si era limitato a pensare un edificio: avrebbe dovuto costruire, insieme a esso, la sua necessità. Il risultato mise in imbarazzo le aspettative: l’ipermercato non si limitava a riempire un vuoto, dava a questo una definizione; raccontava una mancanza nel passato. I suoi fruitori si convinsero di averlo sempre desiderato, un posto come quello; addirittura si chiesero come avessero fatto senza fino ad allora, anche se era piuttosto lampante che.
Olivio Piccin, di cinquantasei autunni, non aveva mai avuto occasione di entrare in un luogo del genere. Si fermò a pochi passi dall’entrata, paziente. Quando non vide più – nei paraggi – qualcuno a cui sospettasse di dover dare la precedenza, si consegnò all’automatismo scorrevole. Dentro, l’ipermercato tentava di concretizzare una promessa: contenere tutto l’inessenziale di cui una persona potesse avere bisogno. Organizzato come uno spazio mentale schizofrenico, consisteva in un proliferare di piccole aree. Piccin si barcamenò tra le sinapsi fino a che raggiunse l’ortofrutta. Il suo insistente fare caso agli altri aveva fatto in modo che, piano piano, nessuno facesse più caso a lui. Infilò un guanto di plastica sulla sua mano per evitare di lasciare il segno e tre mele Golden in un sacchetto. Dopo quasi un’ora, riuscì a pesarle. Incollò dunque il prezzo e si diresse a fornire una contropartita; la sua spesa – infatti – era già terminata. Di rado si spingeva a programmarne di consistenti.
Si accodò in fondo alla chilometrica fila connessa alla cassa veloce, massimo quindici pezzi, che osservata dalla sua posizione assumeva le proporzioni di una speranza. Il sacchetto gli pendeva dalla mano destra come se fosse appeso all’orlo di un dirupo. Dietro di lui giunse una donna, nel suo carrello dodici scatole di cereali per la colazione erano incastrate in una geometria inesorabile. Numerosi altoparlanti diffondevano sottofondi. La donna lo urtò – seppur lievemente – con la testa del carrello; si scompose la geometria. «Mi scusi». «Non si preoccupi. Può passare davanti, se vuole. Io non ho fretta». L’offerta venne accettata senza cerimoniali. Effettuata la permutazione, dietro di lui a quel punto si stabilì un uomo al telefono, in abiti formali, che sbuffava a intermittenza. Doveva correre a prendere la figlia a scuola. Piccin lo lasciò passare. «Gentilissimo».
Le interpretazioni che avevano abbracciato l’agire di Piccin avevano subito – con il passare degli anni – alcuni sconvolgimenti. Quando era bambino quella sua propensione a cedere il posto veniva plaudita. “Proprio un cuore d’oro” sottintendevano più spesso di quanto non dicessero. Più tardi, in prossimità dell’adolescenza, la sua indole venne trattata alla stregua di un esibizionismo paradossale, un nascondersi-per-mostrarsi: non era per fare un favore agli altri che cedeva il suo posto, ma per rendere lampante quanto fosse migliore di loro, se non perfino allo scopo di umiliarli. Questa impressione generale lo seguì per buona parte della vita, farcita da scetticismo e fastidio malcelato. Venne – pur se a fatica – superata quando la fermezza del suo ritrarsi andò – com’era inevitabile – a coinvolgere amori, promozioni sul lavoro e quel pacchetto di cose su cui in genere imprimiamo la dicitura: importante. Cosa ne ricavava? Poteva davvero esistere una persona priva di ambizioni? Il suo era un atteggiamento ironico nei confronti del protocollo, dell’etichetta? L’esistenza gli appariva priva di senso? Considerava degli illusi coloro che lasciava passare? Con il tempo le domande cessarono quasi del tutto: il dato venne digerito e archiviato come di fatto.
Tre cassieri dopo, la notte iniziò a scivolare lungo le vetrate che dividevano dal fuori. Piccin aveva sete, per cui andò a procurarsi una bottiglietta d’acqua. Avrebbe dunque potuto aprirla e dissetarsi per pagarla in un secondo momento, prendere in prestito dal futuro, ma non lo fece. Era di una risolutezza ferrea, patologica. La conformazione di alcune strutture lo aveva comunque costretto a retrocedere, costringendolo ad aggirarle, non averci più a che fare. La sua prima ma ultima lezione di guida, per esempio, durò qualche centinaio di metri, lo spazio necessario a cozzare contro la perentorietà di uno STOP. Piccin non riuscì a ripartire in alcun modo e dietro di lui si formò una coda consistente. A quel punto scivolò in uno zapping forsennato tra l’intersezione davanti a lui e lo specchietto retrovisore. L’istruttore cercò di incitarlo, senza effetto. SCUOLA GUIDA elevò il livello di comprensione alle sue spalle, ma non abbastanza da. Presto – infatti – si sentirono i primi nervosi colpi di clacson, e non fu che l’inizio. Qualcuno abbassò il finestrino e scagliò degli insulti, qualcuno scese dalla macchina, sbracciò. Qualcuno si avvicinò a chiedere spiegazioni. L’istruttore – che non sapeva cosa rispondere, come giustificare – perse infine la pazienza e lo fece scendere dalla vettura. Piccin non si sarebbe più messo al volante.
Completata l’operazione di approvvigionamento, si riaccodò con la sua spesa duplicata, un articolo per mano, pronto alla replica. L’afflusso era diminuito ma non quanto sarebbe stato lecito aspettarsi. I fruitori della notte avevano qualcosa di diverso: un rispetto quasi religioso per i comuni sconvolgimenti circadiani li rendeva molto più omogenei rispetto alla folla disordinata del giorno. I movimenti e le parole tenevano il capo chino, i telefoni quasi non squillavano.
Diciannove sbadigli dopo raggiunse la seconda posizione, vacillò, le gambe lo abbandonarono, si accartocciò, si ricompose a fatica.
«Si sente bene signore?»
«Certo, e lei?»
«Sicuro? Io piuttosto bene».
«Vuole passare davanti?»
«Ma no, non si preoccupi, e poi lei ha giusto due cose».
«Questo è vero, ma non ho nessuna fretta di tornare a casa, lei piuttosto?».
«Io, ecco, sì, ho avuto una giornata pesante…»
«La prego di passare, in tal caso».
«Ma no, davvero, non si disturbi, cosa vuole che cambino due minuti?».
«Insisto».
Quando il sole tornò Piccin era ormai rimbalzato nelle retrovie. La sua assenza ingiustificata a lavoro generò allarme, specie perché senza precedenti. Composero il suo numero di telefono fisso, dato che non possedeva uno smartphone; fecero echeggiare squilli nell’appartamento che aveva ereditato dai genitori. Lasciarono messaggi. Completato l’orario di lavoro, il collega che divideva con lui la scrivania andò in giro con una delle sue rare fotografie. Anche coloro che lo avevano visto risposero di no: quella di Piccin era immagine di periferia.
Lavorava per una azienda privata di gestione delle acque potabili. Era stato suo padre – dirigente di un altrove almeno all’apparenza senza connessioni con le acque – ad allestire la sua assunzione. Venne inscenato un colloquio che agli occhi di Piccin doveva essere aperto a chiunque. Se si presentò solo lui, gli fecero credere, era perché quel lavoro era poco appetibile. Il lavoro era di scrivania, scrivania sul retrobottega degli sportelli aperti al pubblico. Di tanto in tanto, i suoi colleghi si divertivano a creare situazioni di impasse se non addirittura di sfida, per esempio forzando sincronismi davanti agli ingressi, situazioni che comunque si risolvevano sempre allo stesso – inevitabile – modo.
Lo stallo nell’ipermercato si ripercuoteva sulle condizioni fisiche di un Piccin ormai devastato, costretto a fare delle pause seduto per terra, appoggiandosi allo scaffale della cioccolata, sottraendo desideri da campi visivi altrui, pause la cui frequenza aumentava rendendo sempre più difficile il raggiungimento del traguardo di nastro scorrevole; nonostante tutto, non fece alcuna concessione, non si piegò alle contingenze: lasciò passare. Poco dopo essersi issato per l’ennesima volta tornò al suolo con un tonfo secco. Le mele e la bottiglietta si inseguirono sul pavimento mentre un ragazzo felpato accorse in suo aiuto. Chiamò i soccorsi, che arrivarono in poco tempo. Lo adagiarono sulla barella mentre serrava le mani intorno al nulla con incosciente tenacia.

Il bambino felice

Il bambino felice nacque come nasciamo tutti, piangendo dopo una delicata pacca sulla schiena. Le sue furono lacrime di gioia. Le madri degli altri bambini erano invidiose, sorride sempre quello lì, si dicevano tra loro, e ripensavano alle loro notti insonni, ai pianti inesauribili. Il bambino felice era felice di avere fame, era felice di essersela fatta addosso, era felice di aver paura della tenda di fronte al suo lettino, che al calare della notte proponeva giochi espressionisti di ombre. Sono contento che mi punisci, sono stato cattivo, disse a sua madre dopo una sculacciata. Era già cresciuto abbastanza da capire cosa fosse il rimpianto, ma era felice di rimpiangere, che ci fosse la possibilità di selezionare, in un tempo finito, un’esondazione di chance. Era felice di non avere il tempo per poter verificare quelle possibilità una a una, che è una cosa in cui spesso sperano le persone infelici.
Il primo vero problema che gli causò la sua felicità lo ebbe quando – ormai ragazzo – la professoressa di matematica annunciò che prima dell’inizio della lezione si sarebbe osservato un minuto di silenzio per la morte di alcuni militari, in seguito a un attentato. Il ragazzo felice non smise di sorridere per tutta la durata del minuto. Cosa ci trovi di tanto buffo? chiese la prof; niente, sono solo contento che – almeno un minuto l’anno – ci si renda conto di quanto tutto questo sia orribile.
Man mano che si avviava verso un’età più consapevole si accorgeva degli sguardi che le altre persone gli rivolgevano. Come disapprovavano il suo sorriso, i suoi saltelli heidirelliani, le sue manifestazioni di gioia palesemente inappropriate. Il problema è che le persone sono quasi tutte palpabilmente tristi per la maggior parte della propria esistenza, anche quando non vi sarebbe alcun motivo, anche quando il motivo sarebbe facilmente aggirabile. C’è qualcosa di rasserenante e vigliacco nell’essere tristi, nel dirsi almeno ci ho provato, nel convincersi che sia vero. Avrei voluto, non più vorrei. I nostri desideri sono tutti al di là della paura, ha detto qualcuno; se non lo ha detto, lo avrà sicuramente pensato. La felicità è assolutamente intollerabile. Così imparò a trattenerla dentro di sé, senza darne manifestazione esteriore, portò le labbra in bolla, imparò a trascinare le gambe, le frasi di circostanza.
Un giorno un suo amico gli chiese: come stai?, come capita spesso di chiedersi tra amici, anche se succede raramente di rispondersi, rispondersi veramente, e in un lampo di ritrovata autenticità il ragazzo rispose: sono maledettamente felice. Buon per te! Il dialogo terminò lì, ma il ragazzo felice avrebbe tanto voluto confessare quanto gli sarebbe piaciuto essere triste almeno una volta, se non addirittura essere felice come tutti gli altri, a intermittenza. Ma nemmeno l’irrealizzabilità di questo desiderio riusciva a renderlo infelice.
L’unica persona che avesse mai amato lo lasciò dopo poco tempo; gli disse: c’è qualcosa in te che non va; era più che altro una sensazione, dato che lui non le aveva mai parlato del suo problema, se così si può chiamare; sono contento che te ne sia accorta, le rispose, continua a cercare quello che stavi cercando, sarò felice se mai lo troverai, concluse.
Passò quasi tutto il resto della sua vita davanti a una finestra, aspettando i giorni di pioggia, senza che il sorriso potesse mai abbandonarlo. Sono felice, ripeteva tra sé, dannatamente felice.

Metacibernetica

Domenico Gullia, malinconicamente alla finestra, osserva il mondo-fuori; la zanzariera gli offre una visione reticolare delle cose. A un tratto un altro Domenico Gullia si materializza sul prato in corrispondenza dell’altalena; non si tratta di una visione/allucinazione ma di una entità fisica reale e palpabile. Il non-doppio saltella, fa le capriole sull’erba, ride di gusto, ma con evidente sforzo, forse sta sbeffeggiando il Domenico Gullia dall’altra parte della finestra. Gli sguardi dei due entrano in asse e si incastrano, paralizzati: Domenico Gullia guarda se stesso guardare se stesso guardare se stesso guardare se stesso guardare se stesso guardare se stesso guardare se stesso guardare se stesso… Questo moltiplicarsi di sguardi autoreferenziali è un semplice accumulo visivo che esplode con andamento esponenziale (fig. -> [1]) oppure ogni sguardo che getta e riceve su di sé accresce la sua autoconsapevolezza (fig. -> [2]) ?
Domenico Gullia definisce la solitudine: «è quando hai appena finito di vedere un film e ti chiedi se a lei sarebbe piaciuto, ti rispondi di sì, e allora immagini quanto sarebbe stato bello averlo visto insieme, ma ormai non è successo».
Il Sistema ci ha insegnato a ragionare in maniera causale, ovvero che le cose accadono secondo lo schema: scelte -> conseguenze, il che si verifica nei processi lineari, che sono rari. Generalmente i processi in cui siamo coinvolti sono circolari e retroattivi: schiaccio l’interruttore e mi illumino: causo un effetto che causa un effetto sulla causa, che sono io stesso. Quando prendo una scelta la conseguenza incide su ogni mia scelta simile successiva e così via, e ogni scelta è influenzata da ogni conseguenza precedente di scelte altrui che mi riguardano che sono a loro volta, insomma avete capito; perdere tempo a stabilire se vengano prima le scelte o le conseguenze è un po’ come perderlo con la storiella dell’uovo e della gallina: a voi la scelta. A questo punto distinguere tra scelte e conseguenze è addirittura ridondante e adotterei il seguente schema: conseguenze -> conseguenze, sempre che non crediate in un qualche dio, in quel caso potreste attribuirgli la scelta da cui tutto è partito (a braccetto con Tommaso d’Aquino, che onestamente parlando è un buon abbracciarsi), ma non ringraziatelo da parte di Domenico Gullia per questo, che ne avrebbe fatto volentieri a meno, della scelta originaria.

la ragazza assente

A volte ti capitava di abbandonarci, andare altrove. Il tuo sguardo si bloccava e ti irrigidivi, diventavi un mobile, sbarravi le ante. Rimanevi così per cinque, dieci o cento minuti, una statua, ogni volta aspettavamo che tornassi, custodivamo il tuo corpo. Ti dicevano continuamente: sei malata, devi curarti; ma ti sentivi bene, anche se qualche volta per farli contenti prendesti le medicine. Non guarivi ai loro occhi, che ti volevano sempre presente, sempre tra loro, incapaci di accettare quei momenti di vuoto, pagine bianche infilate casualmente dentro a un libro. Mi dicesti, una volta, di non sapere cosa ti accadesse quando te ne andavi, che non te ne rendevi nemmeno conto, di andartene. Ti assentavi anche dal tempo.

Quella notte d’estate la ricordo bene; si partì per il mare, io guidai e tu mi aiutasti a non addormentarmi. Cantammo canzoni che ricordano più o meno tutti, poi cantai da solo quando i tuoi occhi si fermarono per un po’. Eri un blocco di ghiaccio sulla mia carezza e io fermai la macchina, per aspettare. Poi tornasti e, vedendo la macchina ferma, mi chiedesti: è successo? Si, era successo, succedeva, ti dissi di non preoccuparti, che l’importante è tornare; fu tanto banale da parte mia, ma tu non mi rimproveravi mai in quelle occasioni in cui diventavo banale e superfluo perché non avevo idea di cosa dirti, davanti a certe situazioni, così dovevo farlo io stesso, con uno sguardo di autoammonimento. Come se avessimo appena smesso di cantare mi dicesti che ti sarebbe piaciuto molto, andare a vivere sotto le onde, in un sottomarino giallo, lì non avresti avuto più bisogno di nulla, nemmeno di assentarti. Io anuii debolmente: un sì minore.

Mi dicevi: con te non ho bisogno di spiegarmi. Non era stato per nulla facile spiegarsi, con i professori che pensavano ti distraessi dalla lezione, con i ragazzi che credevano che non li desiderassi perché ti assentavi sul più bello e con le migliori amiche che ti vedevano spenta quando stavano per confidarti un segreto. Nemmeno più tardi, con i datori di lavoro che ti licenziavano e con tutti gli ospiti che in casa provavano a coinvolgerti in una discussione ma tu non c’eri non eri lì e allora si facevano sempre una cattiva opinione di te quando invece tutte le persone di questo mondo dovrebbero sapere che un corpo non può rispondere (se non c’è qualcuno al suo interno).

Ricordo che piangevi di rado, ogni volta che accadeva però facevi uscire tutto, fino a prosciugarti, come se avessi inghiottito un omino-pugile: dolore fino allo sfinimento. Una mattina appoggiasti la testa sul mio petto, per svuotarti. La luce un po’ clinica del neon raggelava l’atmosfera. Il tuo viso umido sormontato da capelli color paglia, premeva; calore, quasi vapore; non sapevo mai come comportarmi in quei momenti, quanto arrabbiarmi con quel mondo che là fuori continuava a massacrarti di pugni nello stomaco. Non sei come credono, ti dicevo quando eri triste, non ti conoscono, ma non si poteva fare nulla per fermarti, una volta che iniziavi a piangere dovevi anche finire, non toccava a me decidere quando. Quella mattina finisti al tappeto; ti portai una coperta.

Piano piano ti assentavi sempre più frequentemente e a lungo, fino a quando il tempo a disposizione per noi divenne piccolo piccolo, ma era anche molto intenso, sempre più impulsivo. Dovevamo comprimere le cose da dire, i gesti da fare; le cose che insegnano a costruire con pazienza noi le mettevamo in piedi in pochi secondi sperando che non crollassero.

E ora sei qui, inchiodata su un letto, gli occhi al soffito, sono passati sette anni dall’ultima volta che li hai puntati su di me. Vengo a trovarti ogni giorno e ogni notte la passo a dormire accanto al tuo letto. Ti attendo.

La battaglia dei tre regni

Nel cinema di John Woo si continua a morire, ed è l’istante della morte l’attimo più eterno di una vita intera. Non solo il ralenti come consueto strumento che dilata la morte, ma anche la morte continuativa come segno di una nuova vita possibile solo attraverso lo spargimento di sangue, la pace assoluta dopo la guerra assoluta. Woo prende le redini dell’epica e dirige un film roboante, dove la strategia sostituisce (e non precede) la battaglia. Strategia come calcolo assoluto di ogni possibile equazione, di ogni equilibrio spezzabile, di ogni fattore naturale. L’arte della guerra, della musica, del tè che ustiona con specchi archimedei la freddezza della logica.
Altre cose da annotare: qualche zoommata particolarmente kitsch, l’inquadratura che vola insieme alla colomba bianca (un marchio di fabbrica) da fronte a fronte, la goccia d’acqua che indica la direzione del vento, il sublime raggiunto in ogni scontro e in ogni fendente.